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Mario Draghi torna alla Sapienza: standing ovation e addio alla “saggezza dei mercati”

RomaStanding ovation e applauso scrosciante ancora prima che iniziasse a parlare. Nell’aula Federico Caffè dell’Università La Sapienza non c’era un posto libero. Un segnale semplice, ma chiarissimo: le nuove generazioni continuano a guardare a Mario Draghi come a un punto di riferimento. Non per nostalgia, ma per bisogno di orientamento in una fase in cui le coordinate dell’economia globale stanno cambiando rapidamente.

L’occasione è stata la presentazione del volume“Temi di economia e politica economica. Scritti per Luciano Marcello Milone”, curato da Nicola Acocella e Gian Cesare Romagnoli e pubblicato da Sapienza University Press. Un lavoro corale che raccoglie contributi di studiosi e colleghi — tra cui, oltre allo stesso Draghi, Maurizio Franzini, Giuseppe Ciccarone, Giovanni Di Bartolomeo, Paolo Guerrieri, Felice Roberto Pizzuti, Annamaria Simonazzi e Ignazio Visco — attorno ai temi che hanno attraversato la ricerca di Milone. Gli scritti di quest’ultimo rispecchiano a loro volta l’eredità di convinzioni teoriche e valori civili ricevuta da Federico Caffè, scomparso proprio il 15 aprile del 1987, che è stato uno dei principali diffusori della dottrina keynesiana in Italia, occupandosi di politiche macroeconomiche ed economia del benessere.

Il convegno, aperto dai saluti della rettrice Antonella Polimeni, del preside Giovanni Di Bartolomeo e del direttore del Dipartimento Michele Raitano, ha visto poi il confronto tra Giuseppe Attanasi, Daniele Franco, Giorgia Giovannetti e Carlo Pietrobelli, prima del dibattito con gli autori e dell’intervento di Mario Draghi. Il suo discorso, atteso e ascoltato in un silenzio raro, ha avuto il merito di sgombrare il campo da molte illusioni. Il punto è netto: il mondo che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni è finito.

«Fino a poco tempo fa la saggezza dei mercati è stata la guida dell’economia. Oggi si vanno sostituendo politiche industriali di grande dimensione. Lo Stato torna attore fondamentale», ha chiarito Draghi. Non è una sfumatura teorica, ma un cambio di paradigma. Le relazioni economiche internazionali, ha aggiunto l’ex numero uno della BCE, non sono più governate da regole condivise, bensì da «alleanze geopolitiche, di cui la potenza militare ed economica sono ormai strumenti espliciti». In questo quadro, il richiamo al mentore Federico Caffè non è stato casuale. «Ci ha abituato a dubitare del pensiero dominante», ha ricordato Draghi. Un’eredità che, come dicevamo, attraversa anche il volume dedicato a Milone, nella riflessione sul rapporto tra Stato e mercato, dentro una tradizione che da Caffè arriva fino a Keynes.

Ma al di là dei contenuti, resta un dato difficile da ignorare: quando Mario Draghi parla, il dibattito si riaccende. Allieve e allievi ieri erano visibilmente coinvolti, interessati, pieni di curiosità e sul finale non sono mancate domande, a cui l’ex presidente del consiglio non si è sottratto. Riservato, a tratti timido, Draghi si è fermato all’uscita anche per qualche selfie. Da dove arriva tutto quest’interesse da parte dei giovani? Dall’autorevolezza che l’ex banchiere centrale ha costruito nel tempo. C’è poi di più: Draghi convince non perché offra risposte semplici (non è mai stato il suo stile) ma perché rimarca i nodi della realtà, anche quando è scomoda. Porta l’interlocutore a porsi le domande giuste. E viene da pensare ad ascoltarlo a una frase: «L’intelligenza è un rumore». Quando c’è, si sente. Si riconosce subito. Anche in un’aula gremita, anche prima che inizi a parlare.