Il 9 maggio 1978 è una delle date più dolorose e simboliche della storia italiana contemporanea. Mentre il Paese restava sconvolto dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani, a Roma, in Sicilia un altro delitto consumava una tragedia destinata a lasciare un segno profondo nella coscienza civile italiana: l’assassinio di Peppino Impastato.
Fondatore di Radio Aut, attivista politico e giornalista militante, Impastato venne ucciso a Cinisi in un attentato mafioso. Aveva trent’anni. Per molto tempo la sua morte rimase schiacciata dal clamore nazionale suscitato dal caso Moro, ma negli anni la sua figura è diventata uno dei simboli più forti della lotta culturale contro la mafia. Oggi, a quasi cinquant’anni da quel giorno, cresce la richiesta di trasformare il 9 maggio in una giornata di memoria condivisa dedicata sia ad Aldo Moro sia a Peppino Impastato: due storie diverse, unite dalla violenza che colpì la democrazia italiana nello stesso drammatico giorno.
Il delitto dimenticato nel giorno del caso Moro
Nelle ore in cui televisioni e giornali raccontavano il ritrovamento del presidente della Democrazia Cristiana, quasi nessuno si accorse di quanto stava accadendo a Cinisi, sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani. Il corpo di Peppino Impastato venne ritrovato dilaniato dal tritolo sui binari della ferrovia. Inizialmente, la pista seguita dagli investigatori fu quella dell’attentatore morto accidentalmente mentre preparava un’esplosione. Una versione che per anni cercò di cancellare la matrice mafiosa dell’omicidio. Eppure Impastato da tempo denunciava apertamente il sistema criminale che controllava il territorio, rompendo un silenzio considerato intoccabile proprio perché proveniva da una famiglia legata agli ambienti mafiosi locali.
Radio Aut e la satira contro i boss
La forza di Peppino Impastato stava soprattutto nel linguaggio scelto per combattere la mafia. Non soltanto denuncia politica, ma ironia, satira, provocazione pubblica. Attraverso Radio Aut, emittente indipendente fondata a Cinisi, trasformò la comunicazione in uno strumento di rottura culturale. Nel programma Onda Pazza prendeva di mira boss mafiosi e amministratori locali, ridicolizzandone il potere davanti agli ascoltatori. Gaetano Badalamenti diventava così “Tano Seduto”, soprannome destinato a entrare nella memoria collettiva. Quella scelta comunicativa rappresentava qualcosa di rivoluzionario per l’epoca: togliere alla mafia l’aura di paura e rispettabilità su cui fondava il proprio consenso sociale. Impastato aveva capito prima di molti altri che la mafia non si combatte soltanto nelle aule dei tribunali, ma anche smontando il mito del potere mafioso attraverso la cultura, la parola e la partecipazione civile.
La battaglia di Felicia Bartolotta per la verità
Dopo l’omicidio del figlio, a impedire che la vicenda venisse archiviata nel silenzio fu soprattutto sua madre, Felicia Bartolotta. Con una determinazione rara per quegli anni, decise di rompere ogni forma di omertà e diventò la prima donna in Italia a costituirsi parte civile in un processo di mafia contro il clan in cui suo figlio era cresciuto. Aprì la casa ai compagni di Peppino, parlò con i giornalisti, continuò a raccontare ciò che sapeva quando molti preferivano ancora tacere. La sua testimonianza venne raccolta anche nel libro La mafia in casa mia, pubblicato nel 1986 dal Centro siciliano di documentazione. Fu grazie alla tenacia della famiglia, degli amici e dei movimenti antimafia se negli anni vennero smontate le false ricostruzioni iniziali.
Un percorso giudiziario lungo quasi venticinque anni
La verità giudiziaria sull’omicidio Impastato arrivò solo dopo decenni. Nelle prime ore successive all’esplosione, il procuratore capo Gaetano Martorana parlò di un “attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda”, ipotizzando che fosse stato lo stesso Peppino a maneggiare l’esplosivo. Una ricostruzione che contribuì ad alimentare depistaggi e ritardi investigativi. Nel 1984 una sentenza riconobbe per la prima volta la matrice mafiosa del delitto, pur senza individuare i responsabili. Poi arrivò l’archiviazione del caso nel 1992. Soltanto nel 2002 Gaetano Badalamenti venne condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio. Una sentenza che chiuse formalmente una delle pagine più controverse della storia giudiziaria italiana legata alla mafia.
L’eredità civile di Peppino Impastato
La storia di Peppino Impastato si intreccia idealmente con quella di altre figure che hanno combattuto la criminalità organizzata sul terreno culturale, educativo e civile. Da don Pino Puglisi a don Peppe Diana, fino al giudice Rosario Livatino, emerge un filo comune: la convinzione che la mafia possa sopravvivere solo dove esistono paura, consenso e rassegnazione. Vocabolari diversi, percorsi differenti, ma la stessa intuizione: togliere ossigeno culturale alla criminalità organizzata.
Ed è forse proprio questa l’eredità più attuale lasciata da Impastato. Non soltanto il coraggio della denuncia, ma l’idea che il cambiamento passi dalla formazione delle coscienze, dalle scuole, dalle associazioni, dalle parrocchie e dall’impegno quotidiano dei cittadini. A quasi cinquant’anni dal suo assassinio, la voce di Peppino continua a parlare all’Italia. E continua a ricordare che la verità, anche quando viene soffocata per anni, può ancora trovare la forza di resistere.





