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“La danzatrice stanca”: così Montale trasformò Carla Fracci in poesia

Cinque anni fa moriva Carla Fracci, figura irripetibile della danza italiana e internazionale. Aveva 84 anni e da tempo combatteva una malattia affrontata con grande riservatezza, quasi con la stessa discrezione che aveva sempre caratterizzato la sua vita pubblica.

Con la sua eleganza eterea e la sua disciplina rigorosa, Carla Fracci ha attraversato oltre mezzo secolo di storia del balletto diventando un simbolo riconosciuto ben oltre il mondo della danza. Sul palco ha interpretato personaggi memorabili come Giselle, Giulietta, Medea, Francesca da Rimini e La Sylphide, lavorando accanto ai più grandi ballerini del Novecento: da Rudolf Nureyev a Vladimir Vasiliev, passando per Roberto Bolle. Nel 1981 il «New York Times» la definì “prima ballerina assoluta”.

Eppure forse una delle immagini più intense dedicate a Carla Fracci non arriva dalla danza, ma dalla letteratura. È quella costruita da Eugenio Montale nella poesia La danzatrice stanca. Quando il poeta scrisse quei versi, era il 1969. Carla Fracci si era temporaneamente allontanata dalle scene per la maternità. Montale, che la conosceva da anni e frequentava abitualmente la Scala come critico musicale del «Corriere della Sera», trasformò quella pausa in una delle immagini più eleganti dedicate alla danza nel Novecento italiano.

Carla Fracci 2

Non descrisse semplicemente una ballerina, ma il ritorno fragile e potentissimo di un corpo alla vita e all’arte: «Torna a fiorir la rosa che pur dianzi languia…». La Fracci, nei versi di Montale, diventa quasi una figura sospesa tra leggerezza e fatica, maternità e scena, grazia e vulnerabilità. Non l’étoile irraggiungibile, ma una donna che torna lentamente a “rimettere le ali”, come scrive il poeta.

Ed è forse anche questo ad averla resa così amata dal pubblico italiano. La sua perfezione tecnica non cancellava mai una certa umanità. Anzi, sembrava proteggerla. La sua storia personale contribuiva a renderla ancora più distante dall’idea tradizionale di diva. Nata a Milano nel 1936 da una famiglia modesta (padre tranviere, madre operaia) Carla Fracci aveva trascorso parte dell’infanzia sfollata nelle campagne mantovane durante la guerra. Anni dopo avrebbe ricordato con semplicità quella povertà vissuta senza retorica: il freddo, le stalle usate per scaldarsi, le bambole di pezza cucite dalla nonna, il sogno adolescenziale di fare la parrucchiera prima che la danza cambiasse tutto.

E forse proprio quelle radici popolari contribuirono a costruire il rapporto speciale che Carla Fracci ebbe con il pubblico. Pur diventando una star internazionale, non perse mai un certo pudore lombardo, quasi artigianale, nei confronti del successo. «Ho lavorato, lavorato, lavorato», ripeteva spesso ricordando gli insegnamenti ricevuti dai genitori. Nel tempo l’étoile raccontò più volte anche il rapporto di amicizia nato con Eugenio Montale negli anni Cinquanta. Lo chiamava semplicemente “Maestro”. Ricordava il suo umorismo, il passo breve, la sigaretta sempre accesa, i disegni improvvisati agli amici durante le vacanze e perfino la passione per il canto.

Era un’Italia culturale diversissima da quella di oggi. Un’Italia in cui un premio Nobel per la Letteratura poteva trascorrere giornate intere accanto a una ballerina della Scala discutendo di arte, musica, teatro e vita quotidiana senza che quei mondi apparissero separati. Anche per questo rileggere oggi La danzatrice stanca produce una sensazione particolare. Non solo per la nostalgia verso Carla Fracci, ma perché dentro quei versi sembra sopravvivere un’intera idea di cultura italiana: colta ma popolare, raffinata ma ancora capace di parlare a tutti. E forse è proprio l’ultimo verso della poesia a suonare oggi più struggente degli altri: «Non è di tutti i giorni in questi nivei défilés di morte».

Cinque anni dopo la sua scomparsa, Carla Fracci continua infatti a sembrare qualcosa che appartiene sempre meno al nostro tempo: ha saputo unire disciplina, eleganza, sacrificio e leggerezza senza mai essere inghiottita dal proprio personaggio. Un mito.

Carla Fracci E Montale

La danzatrice stanca di Eugenio Montale

Torna a fiorir la rosa che pur dianzi languia…
dianzi? Vuol dire dapprima, poco fa.
e quando mai può dirsi per stagioni
che s’incastrano l’una nell’altra, amorfe?

Ma si parla della rifioritura
d’una convalescente, di una guancia
meno pallente ove non sia muffito
l’aggettivo, del più vivido accendersi
dell’occhio, anzi del guardo.
È questo il solo fiore che rimane
con qualche merto d’un tuo dulcamara.

A te bastano i piedi sulla bilancia
per misurare i pochi milligrammi
che i già defunti turni stagionali
non seppero sottrarti. Poi potrai

rimettere le ali non più nubecola
celeste ma terrestre e non è detto
che il cielo se ne accorga. Basta che uno
stupisca che il tuo fiore si rincarna
si meraviglia. Non è di tutti i giorni
in questi nivei défilés di morte.