A separare le stragi di Capaci e via D’Amelio furono appena 57 giorni. A dividere invece quei due attentati da una verità piena e definitiva sono passati ormai 34 anni. Le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino continuano ancora oggi a rappresentare una delle pagine più oscure della storia italiana, non soltanto per la ferocia mafiosa, ma anche per il sistema di depistaggi, omissioni e zone d’ombra che ha accompagnato per decenni le indagini.
Processi, nuove inchieste, condanne, assoluzioni, prescrizioni e filoni investigativi ancora aperti raccontano una vicenda che non si è mai realmente chiusa. Perché attorno alle stragi del 1992 resta ancora aperta la domanda più pesante: chi, oltre a Cosa nostra, aveva interesse a fermare Falcone e Borsellino?
Le stragi che cambiarono l’Italia
Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone stava rientrando a Palermo insieme alla moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato. Alle 17.58, sull’autostrada nei pressi di Capaci, circa 500 chili di tritolo piazzati sotto il manto stradale fecero esplodere il convoglio blindato.
Morirono Falcone, Morvillo e gli agenti della scorta Antonino Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. L’esplosione devastò l’autostrada e lasciò immagini che segnarono per sempre la memoria collettiva del Paese.
Poco meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, toccò a Paolo Borsellino. Una Fiat 126 imbottita con circa cento chili di esplosivo venne fatta detonare in via D’Amelio, a Palermo, mentre il magistrato stava andando a trovare la madre.
Con lui morirono anche i cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Unico sopravvissuto l’agente Antonino Vullo.
“Falcone aveva già cominciato a morire”
Uno dei passaggi più drammatici ricostruiti negli anni riguarda proprio l’isolamento vissuto da Falcone prima della sua morte. Paolo Borsellino lo denunciò apertamente nel celebre discorso pronunciato il 25 giugno 1992.
Richiamando le parole di Antonino Caponnetto, Borsellino spiegò che Falcone “aveva già cominciato a morire” nel 1988, quando il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì Antonino Meli alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo.
Secondo Borsellino, lo Stato e parte della magistratura avevano progressivamente isolato Falcone ben prima della strage. Fu proprio quel clima, raccontò il magistrato, a convincere lui e altri colleghi a spingere Falcone ad allontanarsi da Palermo e a trasferirsi al ministero della Giustizia per costruire la futura Direzione nazionale antimafia.
Il “colossale depistaggio”
Negli anni successivi alle stragi, le indagini furono segnate da errori, false piste e veri e propri depistaggi. Una sentenza ha definito quanto accaduto attorno a via D’Amelio come un “colossale depistaggio”, uno dei più gravi della storia repubblicana.
Quattro poliziotti dell’allora gruppo investigativo “Falcone e Borsellino” sono stati accusati di aver reso false dichiarazioni nei processi sulla strage di via D’Amelio. Altri tre agenti sono stati coinvolti in procedimenti terminati con la prescrizione del reato di calunnia.
Resta inoltre aperto un altro procedimento che coinvolge due ex ufficiali dei carabinieri e un ex poliziotto accusati di aver ostacolato approfondimenti investigativi sulle dichiarazioni del collaboratore Pietro Riggio, che avrebbe potuto contribuire a chiarire aspetti cruciali legati alle stragi e al mancato arresto di Bernardo Provenzano.
L’ombra dei mandanti occulti
A distanza di oltre tre decenni, uno dei punti più controversi resta quello relativo ai possibili mandanti esterni a Cosa nostra. Le indagini continuano infatti a concentrarsi sulle convergenze di interessi tra mafia, politica, imprenditoria e apparati dello Stato.
Tra i fascicoli ancora più delicati c’è quello legato a “Mafia e appalti”, il dossier del Ros che già nei primi anni Novanta metteva in evidenza i rapporti tra imprenditoria e organizzazioni mafiose. Secondo la procura di Caltanissetta, proprio quella vicenda sarebbe stata una delle concause fondamentali che accelerarono le stragi del 1992.
Il procuratore Salvatore De Luca ha parlato di “concreti, univoci e plurimi elementi” che collegherebbero la gestione dell’inchiesta mafia-appalti alle stragi di Capaci e via D’Amelio. Secondo la ricostruzione degli investigatori, alcuni filoni investigativi non sarebbero mai stati realmente sviluppati, lasciando intere aree nell’ombra.
Il mistero dell’agenda rossa
Tra i simboli più inquietanti dell’intera vicenda c’è ancora oggi la sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Il magistrato la portava sempre con sé e, secondo molte ricostruzioni investigative, avrebbe contenuto appunti e informazioni estremamente delicate.
Per la procura di Caltanissetta, la scomparsa dell’agenda non avrebbe risposto a un interesse diretto di Cosa nostra, ma piuttosto alla necessità di impedire che emergessero informazioni compromettenti per altri ambienti che il magistrato stava indagando.
Le indagini ancora aperte
Nonostante le numerose condanne definitive per gli esecutori mafiosi delle stragi, molti filoni investigativi restano ancora aperti. Tra questi anche il procedimento che aveva coinvolto l’ex senatore Marcello Dell’Utri, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, contestata però dal legale di Salvatore Borsellino, Fabio Repici.
Restano inoltre aperte le valutazioni su altre figure e su piste investigative mai completamente chiarite, comprese quelle legate alla cosiddetta “pista nera” e ai possibili collegamenti con ambienti eversivi esterni alla mafia.
A 34 anni dalle stragi, la sensazione è che il conto con la verità non sia ancora stato chiuso. E che dietro le bombe del 1992 esistano ancora troppe domande senza risposta.





