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Il trionfo di Paolo Sorrentino ai Nastri d’Argento: “La grazia” si conferma il film dell’anno

Ci sono film che vincono i premi. E ci sono premi che certificano ciò che era già evidente. È il caso deLa graziadi Paolo Sorrentino, grande protagonista dei Nastri d’Argento 2026. Il trionfo dell’ultima opera del regista napoletano non rappresenta una sorpresa, ma la consacrazione di un lungometraggio che, fin dalla sua uscita, aveva mostrato una qualità sempre più rara nel cinema contemporaneo: raccontare il potere senza trasformarlo in spettacolo.

Otto premi non cambiano il valore de La grazia. Lo rendono semplicemente incontestabile. In un panorama cinematografico spesso attratto dalla velocità narrativa e dalla ricerca dell’effetto, Sorrentino sceglie ancora una volta la strada opposta. La lentezza. L’ambiguità. Il silenzio. E soprattutto il dubbio. È proprio una domanda, apparentemente semplice, a custodire il cuore del film:«Di chi sono i nostri giorni?». È il filo rosso che attraversa la storia del presidente della Repubblica Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo. Ma è anche l’interrogativo che Sorrentino rivolge allo spettatore. A chi appartiene davvero il nostro tempo? Al ruolo che ricopriamo? Alla memoria? Al dolore? Alla politica? Oppure alle persone che abbiamo amato e che continuano ad abitare le nostre vite anche quando non ci sono più? Per questoLa graziaè soltanto in apparenza un film politico.

SORRENTINO LA GRAZIA

La politica è il paesaggio. Il vero protagonista è il tempo. Quel tempo che modifica gli esseri umani, consuma il potere, mette alla prova le convinzioni e costringe perfino chi ricopre la più alta carica dello Stato a confrontarsi con la propria fragilità. Sorrentino immagina un Presidente della Repubblica lontanissimo dall’immaginario contemporaneo della leadership. Il protagonista Mariano De Santis non costruisce consenso attraverso l’esposizione continua di sé, non cerca l’applauso. Tantomeno coltiva il culto della personalità. Vive il potere come responsabilità morale, quasi come un peso da sopportare con dignità.

È probabilmente questo uno degli aspetti che hanno resoLa graziacosì potente. In un’epoca dominata dalla comunicazione permanente, Sorrentino rimette al centro un’idea quasi dimenticata di autorevolezza: quella che nasce dalla misura, dall’ascolto e perfino dall’incertezza.

La frase pronunciata nel film dal Pontefice («La grazia è la bellezza del dubbio») non rappresenta soltanto una delle battute più intense della sceneggiatura. È la chiave di lettura dell’intera opera. Per Sorrentino il dubbio non è una debolezza. È il contrario della superficialità. È il riconoscimento della complessità dell’esistenza e dei limiti della condizione umana.

Anche per questo il sodalizio artistico con Toni Servillo continua a produrre personaggi destinati a rimanere nella memoria del cinema italiano. Mariano De Santis entra idealmente nella stessa galleria di figure come Giulio Andreotti deIl Divoe Jep Gambardella deLa grande bellezza: uomini diversi tra loro, accomunati da una malinconia trattenuta e da una lucidità che li rende incapaci di accontentarsi delle risposte semplici.

Il successo ai Nastri d’Argento arriva così a suggellare qualcosa che va oltre il palmarès. Riconosce il valore di un’opera che ha avuto il coraggio di rallentare il passo in un tempo che corre, di raccontare il potere come servizio anziché come rappresentazione e di restituire dignità a parole ormai quasi fuori moda: responsabilità, misura, coscienza. «Di chi sono i nostri giorni?» continua a risuonare anche dopo i titoli di coda. Forse è questa la ragione più profonda per cuiLa graziaresta addosso allo spettatore. Non offre risposte definitive. Invita a convivere con le domande.