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Il dietrofront di Valditara su Manzoni dice molto della scuola (e poco dei suoi problemi)

Il ritorno dei Promessi sposi al secondo anno chiude una delle polemiche più accese sulle nuove Indicazioni Nazionali. Ma mentre il dibattito si concentra sul canone, restano aperti nodi ben più urgenti: il reclutamento degli insegnanti, il precariato, il poco spazio dedicato al Novecento e le difficoltà strutturali del sistema scolastico.

Alla fine Alessandro Manzoni resta dov’era. Dopo settimane di discussioni, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha deciso cheI Promessi sposicontinueranno a essere studiati al secondo anno delle scuole superiori. La prima bozza delle nuove Indicazioni Nazionali lasciava invece aperta la possibilità di rinviarne la lettura al quarto anno, ritenendo il romanzo più adatto a studenti con strumenti linguistici e storici già consolidati.

Ildietrofrontchiude una polemica che ha occupato gran parte del dibattito pubblico sulla riforma. Ma apre anche una domanda: era davvero questa la priorità della scuola italiana? In un’intervista rilasciata aItalia Oggi, Valditara spiega cheI Promessi sposirimangono al biennio perché rappresentano«un’opera fondamentale per comprendere la storia linguistica, culturale e civile del nostro Paese».

Una scelta che il ministro definisce«ragionevole», pur riconoscendo il lavoro svolto dalla Commissione che aveva elaborato la prima bozza. È difficile contestare il valore dell’opera di Manzoni. IPromessi sposinon sono soltanto un classico della letteratura italiana: sono un laboratorio della lingua, un romanzo che affronta temi come il potere, la giustizia, la responsabilità individuale e la costruzione di una coscienza civile. Discutere del loro posto nei programmi è legittimo. Anzi, è utile. Il problema è quando il confronto si esaurisce lì.

È curioso che la scuola italiana riesca ancora ad accendersi per il posto deiPromessi sposinei programmi, mentre continua a fare i conti con questioni che incidono ogni giorno sulla vita di studenti e insegnanti. Le nuove Indicazioni contengono anche altri elementi: almeno sei libri cartacei da leggere nel biennio, maggiore attenzione alle radici filosofiche della Costituzione, spazio all’intelligenza artificiale e alle discipline STEM, un richiamo più marcato alla cultura occidentale.

Alcuni punti meritano certamente un confronto. Altri, però, sono stati presentati come novità senza esserlo davvero. Omero, per esempio, non entra oggi nei licei: l’epica classica è già parte integrante dei programmi scolastici. Nel frattempo restano sul tavolo problemi che incidono molto più direttamente sulla qualità dell’istruzione. Il reclutamento dei docenti continua a essere uno dei punti più critici: concorsi complessi, procedure che si sovrappongono, graduatorie da cui migliaia di candidati idonei attendono ancora una cattedra mentre vengono bandite nuove selezioni.

A questo si aggiungono la difficoltà di garantire continuità didattica e un altro limite storico della scuola italiana: il Novecento, spesso affrontato in poche settimane o sacrificato del tutto per arrivare in tempo all’Esame di Stato. Sono questioni meno simboliche di Manzoni, ma probabilmente molto più decisive. Le Indicazioni Nazionali possono contribuire a delineare un’idea di scuola. Da sole, però, non bastano. Nessuna riforma dei programmi potrà produrre effetti significativi se il sistema continua a faticare sul reclutamento, sulla valorizzazione degli insegnanti e sulla qualità dell’insegnamento. Il caso Manzoni, in fondo, ricorda una verità semplice. Discutere del canone è giusto, perché significa interrogarsi sul patrimonio culturale che vogliamo trasmettere alle nuove generazioni. Ma non può diventare l’unico terreno del confronto.

Una buona scuola si costruisce anche con docenti selezionati e valorizzati, classi stabili, programmi che consentano di arrivare davvero alla contemporaneità e il tempo necessario per trasformare i classici in strumenti per leggere il presente.