Il 9 maggio 1978 resta una delle date più drammatiche della storia repubblicana italiana. Quel giorno, dopo 55 giorni di prigionia, il corpo di Aldo Moro venne ritrovato a Roma, ponendo fine al sequestro condotto dalle Brigate Rosse e aprendo una ferita destinata a segnare profondamente il Paese.
A quasi cinquant’anni da quell’assassinio, la figura dello statista democristiano continua però a interrogare la politica italiana, soprattutto in una fase storica attraversata da polarizzazione, conflitti internazionali e crescente sfiducia nelle istituzioni democratiche.
In un’intervista rilasciata a Interris, il professor Agostino Giovagnoli, docente emerito di Storia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore, riflette sull’eredità morale e politica lasciata da Moro, indicando nel dialogo, nella mediazione e nel senso della comunità i cardini di una lezione ancora attuale.
“Con Moro l’Italia perse il regista della politica democratica”
Secondo Giovagnoli, la morte di Aldo Moro rappresentò molto più della perdita di un leader politico. Fu la scomparsa di una figura capace di tenere insieme mondi diversi e di garantire equilibrio all’interno della democrazia italiana. Nell’intervista a Interris, lo storico sottolinea infatti che Moro era considerato “il regista della politica italiana”, un uomo capace di costruire collaborazione tra forze differenti e rispettato anche dagli avversari politici. Una perdita che, osserva Giovagnoli, “ha certamente impoverito la politica italiana”.
Allo stesso tempo, però, il sacrificio dello statista pugliese lasciò un segno profondo anche in chi cercò di raccoglierne l’eredità negli anni successivi. Il docente ricorda figure come Vittorio Bachelet ed Ezio Tarantelli, accomunate dall’idea che il confronto e la mediazione fossero strumenti indispensabili per la crescita democratica del Paese. Uomini che, come Moro, finirono anch’essi nel mirino del terrorismo.
La lezione di Moro contro la polarizzazione
Per Giovagnoli, uno degli insegnamenti più importanti lasciati da Aldo Moro riguarda proprio il significato della democrazia. “Moro ci ricorda che la democrazia significa anzitutto comunità e bene comune”, spiega nell’intervista. Una visione che appare particolarmente significativa in un’epoca dominata dallo scontro permanente e dalla radicalizzazione del dibattito pubblico. Secondo lo storico, Moro aveva compreso con largo anticipo i rischi di una politica fondata esclusivamente sulla contrapposizione. La polarizzazione, osserva Giovagnoli, “è sempre un male, perché apre la strada all’autoritarismo”, mentre il bipolarismo esasperato rischia di svuotare la capacità di costruire sintesi e mediazioni. Non è un caso che lo statista democristiano abbia sempre valorizzato il sistema proporzionale e il dialogo tra forze diverse, considerandoli strumenti essenziali per garantire stabilità e rappresentanza democratica. Una lezione che, secondo il professore, oggi appare ancora più attuale.
Dialogo e pace nella “terza guerra mondiale a pezzi”
L’eredità morotea non riguarda soltanto la politica interna italiana. Giovagnoli ricorda infatti come Aldo Moro abbia avuto un ruolo centrale anche sul piano internazionale, promuovendo una visione fondata sulla diplomazia e sul confronto multilaterale. Nell’intervista a Interris, il docente sottolinea il contributo di Moro all’unità europea, alla mediazione nei conflitti del Mediterraneo e del Medio Oriente e alla costruzione di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco.
Secondo Giovagnoli, la fiducia di Moro nel dialogo e nella cooperazione rappresenta ancora oggi “un punto di riferimento luminoso”, soprattutto in un contesto globale segnato da guerre diffuse e tensioni crescenti. Il riferimento è a quella “terza guerra mondiale a pezzi” evocata più volte negli ultimi anni dalla Santa Sede per descrivere un mondo attraversato da conflitti regionali permanenti. Ed è proprio in questa fase storica, osserva il professore, che la visione di Moro torna a mostrarsi straordinariamente moderna: una politica capace di tenere insieme pace, diritti umani, diplomazia e costruzione paziente del consenso.
Un’eredità ancora aperta
A quasi mezzo secolo dalla sua uccisione, Aldo Moro continua dunque a rappresentare molto più di una memoria storica. La sua figura resta un punto di riferimento per chi vede nella politica non soltanto il terreno dello scontro, ma soprattutto uno spazio di mediazione e responsabilità collettiva. Nel ricordo tracciato da Agostino Giovagnoli emerge il ritratto di uno statista convinto che il confronto tra idee diverse non fosse una debolezza, ma la condizione necessaria per difendere la democrazia. Ed è forse proprio questo il lascito più attuale di Moro nell’Italia di oggi: l’idea che senza dialogo, senza comunità e senza ricerca del bene comune, la politica rischi di perdere la propria funzione più profonda.





