Il focolaio individuato a bordo di una nave da crociera ha riportato sotto i riflettori un virus poco conosciuto ma potenzialmente molto pericoloso: l’Hantavirus delle Ande. Dopo la segnalazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, cresce l’attenzione internazionale su una malattia rara che può provocare gravi complicazioni respiratorie e che, in alcuni casi, può trasmettersi anche da persona a persona. A fare chiarezza è l’Istituto superiore di sanità, che ha raccolto le principali informazioni disponibili sul virus, sui rischi di contagio e sulle misure di prevenzione.
Il focolaio sulla nave da crociera
L’allerta è scattata il 2 maggio, quando l’Oms ha comunicato la presenza di un cluster di gravi infezioni respiratorie a bordo di una nave da crociera con 147 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Secondo gli ultimi aggiornamenti disponibili, al 6 maggio sono stati registrati sette casi: cinque confermati in laboratorio e due sospetti. Tre persone sono morte. Le analisi hanno poi identificato il responsabile nel cosiddetto Hantavirus delle Ande, noto anche come Andes virus (Andv), una variante diffusa soprattutto in alcune aree del Sud America. Il caso ha attirato particolare attenzione perché questo specifico hantavirus è uno dei pochi per cui è stata documentata, seppure raramente, la trasmissione interumana.
Cosa sono gli hantavirus
Gli hantavirus appartengono a una famiglia di virus trasmessi principalmente dai roditori. Gli animali infetti rappresentano il serbatoio naturale dell’infezione e possono diffondere il virus attraverso urine, saliva e feci. L’uomo può contrarre la malattia entrando in contatto con ambienti contaminati oppure inalando particelle virali presenti nell’aria. L’Iss ricorda che esistono diverse varianti di hantavirus nel mondo. Nelle Americhe, tra cui il virus Andes e il virus Sin Nombre, l’infezione può provocare la sindrome cardiopolmonare da hantavirus (Hcps), una forma severa che colpisce soprattutto polmoni e cuore. In Europa e Asia, invece, prevalgono altre forme del virus, associate alla cosiddetta febbre emorragica con sindrome renale, che interessa principalmente reni e vasi sanguigni.
Nonostante la pericolosità, le infezioni da hantavirus restano relativamente rare. Tuttavia il tasso di mortalità può essere elevato. Nelle Americhe, nel 2025, sono stati segnalati 229 casi con 59 decessi.
Come avviene il contagio
La trasmissione all’uomo avviene soprattutto attraverso il contatto con materiali contaminati da roditori infetti. Le situazioni considerate più a rischio includono la pulizia di ambienti infestati, magazzini chiusi, fattorie, rifugi o aree rurali dove possono accumularsi escrementi e urine di roditori. L’inalazione di particelle contaminate rappresenta la principale via di infezione. Nel caso del virus Andes, però, gli esperti segnalano anche una caratteristica particolare: la possibilità di contagio diretto tra persone. L’Iss sottolinea che si tratta comunque di una modalità rara e documentata quasi esclusivamente in Argentina e Cile. La trasmissione richiede generalmente contatti stretti e prolungati. Secondo gli specialisti, il contesto di una nave da crociera (ambiente chiuso, densità elevata di persone e permanenza prolungata negli stessi spazi) potrebbe aver favorito il passaggio del virus tra passeggeri.
I sintomi dell’infezione
La malattia può iniziare con sintomi apparentemente simili a quelli influenzali. Tra i segnali:
- febbre
- brividi
- mal di testa
- dolori muscolari
- vertigini
- nausea
- vomito
- diarrea
- dolori addominali
Successivamente, nei casi più gravi, possono comparire improvvise difficoltà respiratorie e un forte abbassamento della pressione arteriosa. L’incubazione varia generalmente da due a quattro settimane, ma i sintomi possono manifestarsi anche dopo pochi giorni oppure fino a otto settimane dall’esposizione.
Esiste un vaccino?
Attualmente non esistono né un vaccino autorizzato né una terapia antivirale specifica contro l’hantavirus delle Ande. Le cure disponibili sono principalmente di supporto e puntano a gestire le complicazioni respiratorie, cardiache e renali. Gli esperti sottolineano però che una diagnosi precoce e l’accesso tempestivo alla terapia intensiva possono migliorare significativamente le possibilità di sopravvivenza.
“Nessun allarme in Italia”
Il Ministero della Salute invita alla prudenza ma esclude, almeno per ora, situazioni di emergenza. Maria Rosaria Campitiello, capo dipartimento della Prevenzione del ministero, ha spiegato che le autorità italiane stanno monitorando il caso insieme alle istituzioni europee. “Non c’è allarme”, ha precisato, ricordando anche che l’Oms non ha lanciato segnalazioni di rischio elevato per l’Europa.
Secondo l’Ecdc, il rischio per la popolazione generale europea resta molto basso. Anche nell’ipotesi di ulteriori contagi tra i passeggeri evacuati dalla nave, il virus non sembrerebbe avere una capacità di diffusione tale da provocare epidemie su larga scala. Un altro elemento rassicurante riguarda il fatto che il roditore serbatoio naturale dell’Andes virus non è presente in Europa.
Come proteggersi dal virus
La prevenzione si basa soprattutto sulla riduzione del contatto con roditori e ambienti contaminati. Gli esperti consigliano di:
- mantenere puliti ambienti domestici e luoghi di lavoro
- evitare accumuli di cibo e rifiuti
- chiudere crepe e aperture negli edifici
- utilizzare contenitori sigillati per alimenti e spazzatura
- non spazzare o aspirare a secco aree contaminate da escrementi
- inumidire prima le superfici con detergenti o disinfettanti
- lavarsi accuratamente le mani dopo possibili esposizioni.
Nel caso specifico del virus Andes, vengono inoltre raccomandate anche le normali precauzioni contro le infezioni respiratorie: igiene delle mani, attenzione alla tosse e agli starnuti e distanziamento nei contatti stretti.
Il nodo dei “superdiffusori”
A preoccupare gli epidemiologi è soprattutto il possibile ruolo dei cosiddetti “superdiffusori”, persone in grado di contagiare un numero elevato di individui. L’infettivologo Matteo Bassetti ha ricordato su X un’epidemia avvenuta in Argentina nel 2018, descritta sul New England Journal of Medicine, dove da tre casi iniziali si arrivò a 27 infezioni complessive nel giro di quattro mesi.
Secondo Gianni Rezza, docente di Igiene all’Università Vita-Salute San Raffaele, l’ipotesi di un superspreader nel caso della nave da crociera è plausibile. “I superdiffusori esistono”, ha spiegato, ricordando che fenomeni simili erano già stati osservati durante la SARS e il Covid.
Rezza evidenzia però anche un elemento positivo: a differenza del Covid, l’hantavirus delle Ande sembra trasmettersi principalmente da persone già sintomatiche. Questo rende teoricamente più semplice identificare i contagiati e interrompere le catene di trasmissione. Resta comunque alta l’attenzione delle autorità sanitarie internazionali, soprattutto per capire se il focolaio rimarrà circoscritto oppure se emergeranno nuovi casi nelle prossime settimane.





