I leader dei Ventisette si riuniscono oggi con un obiettivo dichiarato: rilanciare la competitività europea come condizione necessaria per conquistare un’autonomia strategica che, nello scenario geopolitico attuale, non è più rinviabile. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Unione europea si trova a fare i conti con un contesto internazionale più duro, meno prevedibile e potenzialmente più protezionista.
Il tema della competitività non è nuovo. Da anni gli Stati membri ne discutono senza riuscire a tradurre le analisi in scelte operative incisive. Anche i rapporti presentati da Mario Draghi e Enrico Letta hanno offerto diagnosi dettagliate e indicato possibili soluzioni: completamento del Mercato unico, integrazione dei mercati dei capitali, rafforzamento della base industriale, investimenti comuni. Tuttavia, il passo decisivo continua a essere rimandato. Il nodo è politico prima ancora che economico: per avanzare davvero, gli Stati dovranno accettare di mettere in discussione interessi acquisiti e rendite nazionali che finora hanno frenato ogni slancio integrativo.
Mercato unico, risparmi e Unione energetica: le riforme incompiute
Tra i dossier centrali figurano il completamento del Mercato unico, l’Unione dei risparmi e degli investimenti (evoluzione della Capital Markets Union) e l’Unione energetica. Nonostante decenni di integrazione, persistono barriere normative, fiscali e amministrative che ostacolano la libera circolazione di capitali, servizi e investimenti. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha chiarito che, se l’unanimità dovesse bloccare i progressi, si potrà ricorrere alla cooperazione rafforzata, consentendo a un gruppo di Paesi di avanzare senza attendere tutti gli altri.
Su alcuni fronti si registra un allineamento tra Parigi, Berlino e Roma, in particolare sull’Unione dei risparmi, considerata essenziale per mobilitare capitali privati verso innovazione e transizione verde. Ma per trasformare l’idea in realtà è indispensabile il consenso anche di piazze finanziarie come Lussemburgo e Irlanda, tradizionalmente attente a difendere i propri modelli fiscali e regolatori.
Debito comune: frugali contro Sud, ma qualcosa si muove
Fino a un anno fa il debito comune rappresentava una linea di frattura netta tra i cosiddetti “frugali” — Germania, Olanda e diversi Paesi del Nord — e i Paesi del Sud, tra cui Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, con la Francia spesso su posizioni intermedie ma aperte.
Il presidente Emmanuel Macron ha rilanciato recentemente l’ipotesi di nuove emissioni comuni, soprattutto alla luce delle esigenze di investimento legate alla sicurezza europea e alla guerra in Ucraina. Proprio il conflitto ha modificato gli equilibri: Paesi come Danimarca e Finlandia hanno mostrato aperture su strumenti comuni per finanziare la difesa. Gli eurobond restano un tabù per Berlino e L’Aia, soprattutto se si tratta di trasferimenti a fondo perduto. Più percorribile appare la strada dei prestiti. Un segnale significativo è arrivato dal presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, che ha evocato la possibilità di un “asset sicuro europeo” altamente liquido e valido per l’intera area euro. Non è una rivoluzione, ma è un indizio che il terreno si sta spostando.
Preferenza europea e industria: protezionismo o realismo?
La tutela del Made in Ue è al centro del dibattito. Macron insiste sulla “preferenza europea”: clausole di salvaguardia, incentivi legati alla quota di produzione europea, politiche di “buy European” per sostenere l’industria interna. Per Parigi, il tema è strettamente connesso all’autonomia strategica. Altri Stati condividono l’esigenza di rafforzare la base industriale, ma con accenti diversi. Berlino propone un più flessibile “made with Europe”, che consenta di includere partner commerciali esterni nelle catene del valore. Il confronto si è acceso anche sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina: la Francia spingeva per limitare l’utilizzo dei fondi all’acquisto di armamenti europei, mentre Germania, Paesi Bassi e Polonia volevano mantenere aperta la possibilità di approvvigionamenti da Stati Uniti e Regno Unito. Alla fine ha prevalso una soluzione di compromesso.
Green Deal e automotive: la linea del 2035 divide
Il Green Deal resta uno dei capitoli più divisivi. La nuova Commissione punta sul Clean Industrial Deal, con l’obiettivo di conciliare competitività e transizione ecologica. Ma sull’automotive le posizioni divergono nettamente. Germania e Italia, insieme a Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, hanno chiesto di rivedere il bando dei motori endotermici dal 2035. Francia, Spagna, Danimarca e Paesi Bassi difendono invece la piena elettrificazione del settore.
Su un punto, però, l’accordo è trasversale: semplificare la normativa europea per alleggerire il peso burocratico sulle imprese. Resta da capire con quale intensità. Berlino e Roma spingono per una deregolamentazione più incisiva; Madrid e i Paesi nordici preferiscono un approccio più graduale.
Ucraina, cooperazione rafforzata e alleanze variabili
Il prestito da 90 miliardi a Kiev, deciso a dicembre, è stato indicato come esempio riuscito di cooperazione rafforzata. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno accettato che l’operazione andasse avanti senza di loro, purché esentate. Sul fronte delle garanzie di sicurezza emergono formati paralleli, come la “Coalizione dei Volenterosi”, che include anche Norvegia, Regno Unito e Canada. Le divisioni non mancano: Francia più aperta all’invio di truppe, Germania e Italia contrarie; Baltici favorevoli ad accelerare l’allargamento, altri più prudenti.
Mercosur e commercio: un’Unione spaccata
La pressione commerciale statunitense ha accelerato la ricerca di nuovi accordi di libero scambio. L’intesa con i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) ha però diviso profondamente l’Unione. Francia, Polonia, Austria e Irlanda hanno espresso un no deciso, preoccupate per l’impatto sull’agricoltura. Germania, Paesi Bassi e i nordici, tradizionalmente esportatori, hanno sostenuto l’accordo. L’Italia ha cercato una posizione di equilibrio: tutelare il comparto agricolo senza compromettere gli interessi industriali. Il vertice odierno fotografa un’Europa consapevole delle proprie fragilità ma ancora incerta sulle cure. Competitività e autonomia strategica sono diventate parole d’ordine. La vera sfida, ora, è trasformarle in decisioni condivise. Senza passi concreti, il rischio è che restino l’ennesimo capitolo di un dibattito che si ripete da anni.





