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Guerra in Iran, perché per l’Europa sarà uno choc come l’Ucraina

La tentazione di leggere la guerra in Iran come una resa dei conti immediata, magari anche come una sconfitta annunciata per Stati Uniti e Israele, è forte. Comprensibile, persino umana, in una fase storica in cui Donald Trump e Benjamin Netanyahu non godono certo di grande popolarità internazionale. Ma fermarsi a questa chiave di lettura rischia di essere un errore. Perché, al di là di come finirà sul piano militare, le conseguenze per l’Europa sono già evidenti e assomigliano pericolosamente a quelle viste nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, come sottolinea anche un’analisi del Corriere della Sera.

L’illusione di una guerra “rapida” (e gli errori del passato)

Ogni guerra, all’inizio, sembra più semplice di quanto sia davvero. È una costante storica. La Russia era convinta di piegare Kiev in poche settimane. Non è successo. Il regime iraniano, a sua volta, ha sottovalutato la reazione israeliana dopo il 7 ottobre. E oggi non si può escludere che anche Washington e Tel Aviv abbiano fatto i propri calcoli sbagliati, magari immaginando un Iran più fragile di quanto si stia rivelando. Il punto è che i bilanci delle guerre non si fanno nelle prime settimane. Basta guardare alla storia: da Pearl Harbor all’Afghanistan, gli esiti reali emergono sempre molto più tardi. E mentre analisti e opinione pubblica cercano già vincitori e vinti, il vero impatto (quello sistemico) si sta già dispiegando altrove.

Lo choc energetico: il vero fronte europeo

Il cuore del problema per l’Europa non è tanto militare quanto economico. La crisi in Iran, con il rischio di blocchi o limitazioni nello Stretto di Hormuz, colpisce un nervo scoperto: la dipendenza energetica europea. Esattamente come accadde con la Russia nel 2022. Allora fu il gas russo a diventare un’arma geopolitica. Oggi il petrolio e le rotte del Golfo rischiano di produrre un effetto simile. L’Europa si ritrova ancora una volta esposta a uno choc esterno, provocato da attori che, per ragioni diverse, hanno meno da perdere rispetto al Vecchio Continente. Gli Stati Uniti, forti della loro autosufficienza energetica, possono reggere meglio l’urto. L’Europa no.

Una vulnerabilità che non è mai stata risolta

La lezione ucraina, a ben vedere, non è stata completamente assimilata. Nonostante gli sforzi per diversificare le fonti energetiche, la fragilità strutturale resta. E ogni nuova crisi internazionale la riporta in primo piano. Nel 2022 il calcolo di Vladimir Putin era chiaro: l’Europa avrebbe esitato a reagire per non compromettere i propri approvvigionamenti. In parte aveva ragione. Oggi lo schema si ripete. Qualunque sia l’origine della crisi iraniana, le conseguenze economiche si scaricano ancora una volta sull’Europa, che resta in prima linea senza avere strumenti adeguati per difendersi.

Cina spettatrice interessata (e vulnerabile)

C’è poi un altro attore chiave: la Cina. Pechino osserva con cautela, evitando escalation dirette. Ma dietro questa prudenza si nasconde una realtà molto concreta: una forte dipendenza dal petrolio iraniano. La Cina continua a essere una grande consumatrice di energie fossili e il Medio Oriente resta fondamentale per i suoi approvvigionamenti. Questo spiega perché le reazioni ufficiali siano state contenute e perché, almeno per ora, non si vedano mosse decisive. Allo stesso tempo, il rinvio della visita di Trump a Pechino segnala che la partita geopolitica è tutt’altro che congelata. Anzi, potrebbe spostarsi anche sul piano commerciale e diplomatico.

Europa divisa: il vero limite politico

Se sul piano energetico l’Europa è vulnerabile, su quello politico appare divisa. Di fronte alla crisi, i principali Paesi (Francia, Germania, Regno Unito) si muovono in ordine sparso. Nessuna strategia comune, nessuna linea condivisa. Il messaggio prevalente è uno solo: “non è la nostra guerra”. Una posizione comprensibile, ma che non basta a costruire un ruolo internazionale credibile. Nel frattempo: Parigi si muove con cautela, evitando un coinvolgimento diretto; Londra resta frenata anche da equilibri interni; e Berlino, pur volendo, ha margini militari limitati. Il risultato è un’Europa che osserva, reagisce, ma fatica a incidere.

Il paradosso americano (e il ruolo della Nato)

Donald Trump, con il suo stile diretto, ha posto una domanda scomoda: se lo Stretto di Hormuz è vitale per l’economia europea, perché gli europei non si assumono una parte maggiore della sua difesa? Dietro la provocazione c’è una realtà concreta. Per decenni gli Stati Uniti hanno garantito la sicurezza delle rotte globali, spesso anche nell’interesse di altri. Oggi, mettendo in discussione questo ruolo, Washington costringe gli alleati a confrontarsi con le proprie responsabilità. È una dinamica che mette a nudo tutte le contraddizioni europee.

Lezioni non imparate (da Ucraina a Gaza)

Il rischio, per l’Europa, è di ripetere uno schema già visto. Sull’Ucraina, come su Gaza, le divisioni interne hanno indebolito la capacità di incidere davvero sugli eventi. Posizioni diverse, dichiarazioni non coordinate, assenza di una visione comune. E il risultato è sempre lo stesso: marginalità. Anche oggi, di fronte alla crisi iraniana, il rischio è quello di restare spettatori. Convinti magari di evitare il coinvolgimento diretto, ma comunque esposti alle conseguenze economiche e strategiche. La vera domanda, allora, non è chi vincerà sul campo. È un’altra: quanto costerà questa guerra all’Europa? Perché, proprio come nel 2022, il conflitto rischia di trasformarsi in uno choc energetico capace di colpire crescita, inflazione e stabilità sociale. E stavolta, come allora, il problema non è solo esterno. È anche interno. Dipendenza energetica, divisioni politiche, capacità militari limitate: sono queste le fragilità che la crisi iraniana sta riportando alla luce.

E che, ancora una volta, l’Europa non può permettersi di ignorare.