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Cos’è il carcere duro 41 bis

La vicenda di Cospito ha acceso i riflettori sul carcere 41 bis. Era una misura nata per spezzare le gambe alla mafia, all’indomani delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Ci si era accorti allora che la detenzione ordinaria non era sufficiente a interrompere la catena di comunicazione tra i boss e l’organizzazione criminale. Il 41 bis, infatti, non era stato concepito per aggravare la pena dei detenuti, ma per evitare che i capimafia continuassero ad impartire direttive dal carcere.

Il magistrato Luca Tescaroli , procuratore aggiunto a Firenze e responsabile della Dda (è stato il pm che sostenne l’accusa per la strage di Capaci) ha spiegato al «Corriere della Sera» che in realtà il 41 bis ha origine anteriori al ‘92: «Il regime del 41 bis nacque il 10 ottobre 1986 con la legge n. 663 introdotta per il contrasto al terrorismo e poi fu esteso con un decreto del 1992 anche ai mafiosi, attuato il 19 luglio ‘92 col trasferimento di molti boss dal carcere dell’Ucciardone a quello dell’Asinara». Una misura importante, proprio perché il fenomeno della criminalità organizzata è aumentato:  «L’intento primario del 41 bis non è spingere alla collaborazione con la giustizia ma impedire la comunicazione dei boss mafiosi con l’esterno, cosa che ne conserva il carisma e il potere. Numerose sentenze passate in giudicato relative alle stragi mafiose del ‘93 dicono proprio che i vertici di Cosa Nostra le compirono proprio per ottenere la revoca del 41 bis e per contrastare la politica antimafia dello Stato. Ciò significa che si trattava e si tratta di uno strumento efficace. Va inoltre detto che, come stabilito da varie pronunzie, il 41 bis non è incompatibile con la normativa europea. Inoltre l’emegenza italiana ha una sua specificità, che non può essere ignorata e il 41 bis resta un punto fermo nella lotta alle mafie», ha chiarito Tescaroli.

Al carcere 41 bis ci vanno capiclan, da Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina, ai fratelli Graviano ai Casalesi, ma non solo. Stando ai dati riportati sempre dal «Corriere» in Italia, ad oggi, sono 728 i soggetti cui è riservato questo regime (12 le donne), su un totale di una popolazione carceraria che si aggira attorno alle 56mila unità (ovvero, l’1,3%). Nel dettaglio: 184 sono detenuti in attesa di giudizio, 332 sono condannati definitivi, 208 sono soggetti con «posizione mista» e 4 internati. Tale elenco non tiene conto del recente arresto del superlatitante Matteo Messina Denaro, per il quale è stato disposto il 41bis nel carcere dell’Aquila all’indomani del fermo.

«Il Corriere della sera» ha sentito anche Ornella Favero, che è presidente della conferenza nazionale Volontariato Giustizia: «Ho lavorato con molti detenuti ex 41 bis ora in regime di in alta sicurezza e posso dire che il 41bis è un regime davvero duro: è sospesa la rieducazione, viene concessa solo un’ora di colloquio al mese dietro a un vetro, a parte coi figli minori, di 12 anni. Di fatto si è sempre soli, solo a volte in due. Conosco il figlio di un detenuto col padre da 20 anni al 41 bis e vi posso assicurare che non è facile. Bisogna dire che dopo 30 anni abbiamo vinto la mafia, non c’è più uno stato di guerra. Le emergenze prima o poi devono finire». Come è stato possibile allora che alcuni detenuti a 41 bis siano stati capaci di comunicare con l’esterno? «Ci possono essere responsabilità delle carceri in caso di fughe di notizie o di forme di corruzione», ha detto la Favero.

Quali sono le regole per i detenuti al carcere 41 bis? Tali persone vivono in cella singola, di norma hanno due ore al giorno di socialità, in piccoli gruppi, composti al massimo da quattro persone, e un’ora di colloquio al mese con i familiari, con vetro divisorio e videocontrollato. I detenuti in questione possono partecipare alle udienze in tribunale solo in videcollegamento. Il Gom, un reparto specializzato della polizia penitenziaria, provvede ad osservarli. Come ricorda “Repubblica”, il provvedimento ha una durata di quattro anni, ma può essere prorogata per altri periodi, nei casi in cui i collegamenti con le associazioni criminali o terroristiche dovessero continuare. 

Sono reclusi in 12 diversi istituti penitenziari. Quello dell’Aquila è il carcere d’Italia con il più alto numero di detenuti al 41 bis e l’unico con la sezione femminile. Lì si trova infatti la brigatista Nadia Lioce ed è stata trasferita la boss Maria Licciardi, ‘lady Camorra’. Sezioni di 41bis sono a Milano Opera, Parma, Cuneo, Sassari, Spoleto, Novara, Nuoro, Roma Rebibbia, Viterbo, Terni, Tolmezzo.