Di fronte all’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, l’Europa ha mostrato una postura meno scontata del previsto. Non un allineamento automatico alle scelte di Washington, ma un tentativo di costruire una linea autonoma, fondata sul diritto internazionale e sulla necessità di evitare un allargamento della guerra. Il formato E4 – Italia, Francia, Germania e Regno Unito – sostenuto anche dal Canada, ha così cercato di riportare il confronto su un terreno politico e diplomatico, prendendo le distanze dall’impostazione più apertamente conflittuale sostenuta da Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Questo orientamento si è manifestato chiaramente al G7, dove le principali leadership europee hanno rilanciato il riferimento alla Risoluzione 1701 sul Libano, chiedendo una cessazione delle ostilità e una stabilizzazione dell’area. Un passaggio tutt’altro che formale, perché rappresenta un segnale politico preciso: un invito a fermare la progressione militare israeliana e a riportare il conflitto entro limiti controllabili. Parallelamente, il 19 marzo, sei Paesi – Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Giappone – hanno sottoscritto una dichiarazione sullo Stretto di Hormuz, poi sostenuta dal Canada, che segna una presa di posizione significativa rispetto alla linea americana.
Gli europei hanno evitato di cadere in una dinamica che avrebbe potuto trasformare la missione difensiva in un coinvolgimento diretto. Non hanno esteso l’operazione Aspides e non hanno accettato la narrativa secondo cui la responsabilità primaria della crisi fosse da attribuire all’Iran per la chiusura dello stretto. Al contrario, la lettura europea parte da un presupposto diverso: Teheran è stata colpita da un’azione militare senza una chiara legittimazione internazionale e si è trovata costretta a reagire, anche attraverso misure di interdizione marittima e attacchi contro basi statunitensi nell’area.
Il documento europeo, tuttavia, non si configura come una contrapposizione frontale agli Stati Uniti. Condanna comunque gli attacchi iraniani e la chiusura di fatto dello stretto, ma introduce un elemento decisivo: la disponibilità a garantire la sicurezza della navigazione solo in presenza di una cessazione delle ostilità. Non si tratta quindi di preparare una missione militare offensiva, ma di mantenere una postura diplomatica che eviti di trasformare un’operazione di sicurezza in un atto di guerra.
Il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del sistema energetico globale. Da qui transita tra il 20 e il 25% del commercio mondiale di petrolio, in un corridoio marittimo estremamente ristretto, delimitato a nord dall’Iran e a sud da Oman ed Emirati Arabi Uniti. La presenza di isole strategiche iraniane rafforza ulteriormente il controllo geografico di Teheran, rendendo lo stretto un punto di pressione decisivo.
Sul piano giuridico, il regime degli stretti si fonda sul principio del transit passage, sancito dalla Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982. In base a questo principio, gli Stati costieri non possono interrompere unilateralmente il traffico internazionale. La stessa Corte internazionale di giustizia, nel caso del Canale di Corfù del 1949, ha stabilito che gli Stati hanno l’obbligo di non ostacolare il passaggio e di garantire la sicurezza della navigazione, segnalando eventuali pericoli.
Ma questo quadro cambia quando si entra in una situazione di conflitto armato. Il diritto del mare si intreccia con il diritto dei conflitti, e la libertà di navigazione può subire limitazioni temporanee se giustificate da esigenze di legittima difesa. È qui che si colloca l’attuale crisi: l’Iran sostiene di essere stato oggetto di attacchi sistematici, in assenza di un mandato ONU, e rivendica il diritto di reagire in base all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.
In questa “zona grigia”, l’interdizione dello stretto diventa una misura controversa ma non automaticamente illegittima. La prassi internazionale offre precedenti: dalle guerre del Golfo alle Falkland, fino alle recenti restrizioni nel Mar Nero, le limitazioni al traffico marittimo sono state utilizzate come strumenti di sicurezza in contesti bellici. Tuttavia, queste misure devono rispettare criteri stringenti di necessità e proporzionalità.
Particolarmente delicata è la questione delle mine navali, strumenti che possono mettere a rischio anche la navigazione civile. Il diritto internazionale ne vieta l’uso indiscriminato e impone che siano controllabili, segnalate e dirette esclusivamente contro obiettivi militari. In uno scenario come quello di Hormuz, questo rappresenta un punto cruciale per evitare un’escalation incontrollata.
È proprio alla luce di queste complessità che si comprende la prudenza europea. Un intervento navale, anche con finalità difensive, rischierebbe di essere percepito come parte integrante dell’azione ostile contro l’Iran, con conseguenze difficili da contenere. Inoltre, l’utilizzo di basi NATO per operazioni offensive non autorizzate potrebbe esporre i Paesi coinvolti a responsabilità internazionali e a possibili ritorsioni.
La strategia europea si muove dunque lungo una linea sottile: evitare l’escalation e allo stesso tempo costruire le condizioni per una soluzione multilaterale. In questo quadro si inseriscono anche le prese di posizione critiche provenienti dal Golfo, come quella dell’imprenditore emiratino Khalaf Al Habtoor, che ha accusato Washington di aver esposto la regione a rischi non necessari.
La prospettiva indicata da diversi governi europei è quella di riportare la crisi dentro il perimetro delle Nazioni Unite, unica sede in grado di garantire una legittimazione internazionale. Anche ipotizzando strumenti straordinari, come una risoluzione dell’Assemblea Generale sul modello della “Uniting for Peace”, per superare eventuali veti nel Consiglio di Sicurezza.
Una possibile via d’uscita dovrebbe poggiare su tre pilastri: cessate il fuoco, rilancio dei negoziati e controllo internazionale sulla questione nucleare, affidato all’AIEA, insieme a un monitoraggio sui diritti umani in Iran.
In definitiva, la linea europea – prudente, giuridicamente fondata e orientata alla diplomazia – appare oggi l’unico percorso realistico per evitare un’escalation incontrollata. In un contesto in cui la tentazione della forza torna dominante, riaffermare il primato del diritto non è solo una scelta politica, ma una necessità strategica.





