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Tajani frena sull’Iran: “Non è una guerra della Nato”. Poi l’avvertimento su Hormuz

L’Italia non cambia linea e resta fuori dal conflitto. “Siamo sempre stati leali con gli Stati Uniti, ma questa guerra non riguarda la Nato”, chiarisce il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenendo ad Agorà su Rai3. Una posizione netta, che segna il perimetro dell’impegno italiano mentre la crisi in Medio Oriente si allarga e cresce la pressione sugli alleati occidentali.

Italia fuori dal conflitto: “Non siamo in guerra”

Tajani lo ripete più volte, per evitare ambiguità: l’Italia non è parte della guerra e non intende diventarlo. Spiega infatti che “nessuno ci ha chiesto di entrare in guerra” e sottolinea come l’intervento militare sia stato deciso da Stati Uniti e Israele senza un coinvolgimento diretto degli alleati. Allo stesso tempo, il ministro ribadisce la posizione italiana sulle reazioni di Teheran: l’Iran viene criticato per aver colpito Paesi estranei all’attacco iniziale, alimentando ulteriormente l’instabilità. Una linea che prova a tenere insieme due elementi: fedeltà alle alleanze e autonomia nelle scelte operative.

Dove resta impegnata l’Italia

Se da un lato Roma esclude un coinvolgimento diretto nel conflitto, dall’altro conferma le missioni già in corso. Tajani ricorda che l’Italia continua a presidiare la libertà di navigazione nel Mar Rosso e a partecipare alle operazioni contro la pirateria nelle aree più sensibili. Non solo. Il ministro sottolinea anche l’impegno a tutela di Cipro, definito “un Paese europeo attaccato”, e richiama l’attenzione sulla Turchia, che, in quanto membro Nato, rientra nel perimetro di sicurezza dell’Alleanza. Una strategia che resta difensiva e circoscritta, senza estendersi alle aree più calde del conflitto.

Il nodo Hormuz: “Entrarci significa fare la guerra”

Il punto più delicato è quello dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico energetico globale. Qui la posizione italiana è ancora più prudente. Tajani è esplicito: “Non andremo a Hormuz, significherebbe infilarsi nella guerra”. La motivazione non è solo politica, ma anche militare. Il ministro spiega che le navi europee, in particolare le fregate, non sarebbero adeguatamente equipaggiate per affrontare un contesto ad alta intensità come quello del Golfo. Missili, droni e attacchi navali iraniani renderebbero l’area estremamente rischiosa, esponendo le unità a pericoli difficili da gestire con i mezzi disponibili.

La via diplomatica: il ruolo delle Nazioni Unite

Per Tajani, la soluzione non può essere militare. Sullo Stretto di Hormuz, insiste, serve un’iniziativa internazionale. “La strada deve passare dalle Nazioni Unite”, afferma, indicando nell’Onu il possibile terreno di mediazione. In questo senso, guarda con attenzione anche ai prossimi sviluppi diplomatici, a partire dalla presenza del segretario generale António Guterres al Consiglio europeo.

L’auspicio è che emerga una proposta capace di ridurre le tensioni e garantire la sicurezza delle rotte commerciali senza un’escalation militare.

Iran sotto pressione, ma il conflitto continuerà

Il ministro offre anche una lettura sull’andamento della guerra. Secondo Tajani, l’Iran sta subendo colpi molto pesanti dall’operazione congiunta israelo-americana, che avrebbe preso di mira anche figure chiave del regime. A questo si aggiunge un elemento interno: la presenza, a suo dire, di una rete anti-regime che fornirebbe informazioni sensibili agli avversari di Teheran.

Ma questo non significa una fine imminente del conflitto. Anzi. Tajani avverte che l’Iran dispone ancora di missili e droni sufficienti per continuare a combattere per settimane.

Il timore nucleare e l’equilibrio globale

C’è poi un tema che va oltre il campo di battaglia: quello nucleare. Il ministro sottolinea che un Iran dotato di bomba atomica rappresenterebbe una minaccia per l’intera comunità internazionale. E collega questo rischio a un altro nodo strategico: il controllo delle rotte energetiche. Tajani avverte che Teheran non può pensare di usare lo Stretto di Hormuz come leva, perché bloccare il passaggio del petrolio avrebbe effetti globali devastanti.

Una linea prudente quella di Tajani, costruita per evitare un’escalation. Ma che dovrà reggere a una pressione crescente, mentre il conflitto si prolunga e gli equilibri internazionali restano sempre più fragili. Perché, come spesso accade, restare fuori da una guerra non significa restarne fuori dalle conseguenze.