L’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Consiglio superiore della magistratura non è stato un passaggio ordinario. Secondo Ugo De Siervo, costituzionalista ed ex presidente della Corte costituzionale, si è trattato di un gesto dal peso istituzionale rilevante, maturato in un clima di tensione crescente tra governo e magistratura.
In un’intervista a Repubblica, De Siervo interpreta il “blitz” del capo dello Stato come la risposta a un’escalation polemica che nelle ultime settimane ha visto protagonisti esponenti dell’esecutivo, a partire dal ministro della Giustizia. Le parole del Quirinale, osserva il giurista, «segnalano una grande preoccupazione», soprattutto dopo dichiarazioni definite «inaccettabili» rivolte contro il Csm.
Un intervento «assolutamente eccezionale»
Per De Siervo, la presenza del presidente della Repubblica in un plenum ordinario del Csm non può essere letta come un atto di routine. È, piuttosto, un segnale. «L’intervento va considerato assolutamente eccezionale», spiega, lasciando intendere che il Capo dello Stato abbia ritenuto necessario richiamare tutti a un clima di maggiore responsabilità istituzionale. Il riferimento è alle critiche del ministro Carlo Nordio, che nei giorni scorsi ha attaccato il Consiglio superiore della magistratura, evocando paragoni e formule che hanno acceso ulteriormente il confronto politico. Per De Siervo, un ministro «non può usare parole del genere», né può ripescare vecchie polemiche per delegittimare un organo costituzionale che opera da decenni e che, sottolinea, «ha conseguito risultati rilevanti secondo molti osservatori».
Il nodo del referendum e la riforma del Csm
Al centro dello scontro c’è la riforma che prevede la separazione delle carriere e la divisione del Csm in due distinti consigli, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, con l’introduzione del sorteggio per la scelta dei membri togati. De Siervo invita a non perdere di vista il punto: siamo in una fase che precede un referendum confermativo su modifiche costituzionali delicate. In questo contesto, osserva, sarebbe stato opportuno chiarire ai cittadini «il contenuto delle tanto discutibili modifiche», invece di alimentare lo scontro. Il giurista è critico soprattutto sul meccanismo del sorteggio “secco”, che a suo avviso elimina la rappresentanza democratica delle toghe nell’organo di autogoverno. Una scelta che rischia di incidere sulla «democraticità del sistema» e di indebolire nel complesso la magistratura.
Un clima di nervosismo politico
Alla domanda se gli attacchi alla magistratura siano frutto di singole “scivolate” o di una strategia più ampia, De Siervo non parla di casualità. Il clima, a suo giudizio, riflette «una tensione» crescente, alimentata dalla consapevolezza che nel Paese stiano maturando reazioni critiche alla riforma.
Il nervosismo, aggiunge, si manifesta anche nelle frequenti polemiche rivolte da esponenti del governo contro singoli magistrati. Una dinamica che potrebbe avere l’effetto di distogliere l’attenzione dal merito della riforma e dal possibile «svuotamento» del Csm.
Il ruolo dei cattolici nella nascita del Csm
De Siervo richiama poi la storia costituzionale italiana, ricordando il contributo decisivo del mondo cattolico alla definizione dell’assetto del Csm. La scelta di garantire una netta prevalenza dei magistrati nella composizione dell’organo, passata da un terzo a due terzi, fu il risultato di un compromesso maturato in Assemblea costituente, anche su proposta di Oscar Luigi Scalfaro, allora giovanissimo. Per questo, osserva il costituzionalista, colpiscono le critiche rivolte oggi da settori della destra a parrocchie e vescovi che si sono espressi contro la riforma. «Bisognerebbe rileggere gli atti della Costituente», suggerisce, per comprendere quanto fosse centrale l’autonomia della magistratura nell’impianto originario della Carta.
I dubbi di costituzionalità
De Siervo, come altri giuristi, non nasconde le proprie perplessità giuridiche. L’eliminazione della rappresentanza elettiva dei magistrati in favore del sorteggio, afferma, ridurrebbe significativamente il livello di democraticità dell’organo di autogoverno. Le conseguenze, in prospettiva, potrebbero essere serie. Una riforma di questo tipo, se approvata, potrebbe aprire a nuove questioni di legittimità, poiché inciderebbe su principi fondamentali dell’ordinamento. Il messaggio, in definitiva, è chiaro: il confronto sulla giustizia è legittimo, ma deve svolgersi nel rispetto delle istituzioni e con piena consapevolezza del peso delle scelte in campo. L’intervento di Mattarella, letto in questa chiave, non è un dettaglio di cronaca, ma un segnale di allarme su un equilibrio che la Costituzione ha voluto costruire con estrema cura.





