Un nuovo inizio per Italia e Francia. Al termine del vertice con il presidente Emmanuel Macron, Giorgia Meloni si dice «soddisfatta» per quello che, parlando coi suoi interlocutori, definisce «un colloquio franco e aperto». È la linea che filtra da Palazzo Chigi, dove si registra una volontà condivisa: ripartire. L’imperativo è chiaro: cooperare da pari, fianco a fianco, per massimizzare il valore aggiunto che ciascuna delle due nazioni può apportare sui principali dossier europei e internazionali. E contribuire più efficacemente a individuare soluzioni alle crisi globali più rilevanti.
Una relazione “alla pari”. Non è un dettaglio, ma una premessa: quella precisazione, “alla pari”, restituisce il senso di tre ore di faccia a faccia, prima della cena che ne aggiunge un’altra. È una parola chiave che riflette il desiderio di superare ogni logica di competizione. Italia e Francia devono agire come alleati, non come rivali, se vogliono contare davvero nel nuovo equilibrio europeo e internazionale. Un primo segnale concreto di distensione è arrivato: a inizio 2026 si terrà finalmente il vertice bilaterale in Francia, più volte rimandato. Il riavvicinamento, stavolta, sembra reale.
Superare i dissapori
L’incontro a Palazzo Chigi aveva un obiettivo preciso: archiviare settimane di dissapori e incomprensioni. E, a quanto pare, l’obiettivo è stato centrato. Macron avrebbe rassicurato Meloni: non conta il formato dei vertici, ma la sintonia politica sui nodi fondamentali. E avrebbe anche garantito che certi passi falsi non si ripeteranno: l’Italia sarà coinvolta in modo più puntuale. È una concessione tutt’altro che marginale.
Trump, Orbán e il profilo europeo
Il presidente francese, da un lato, riconosce il canale privilegiato che Meloni ha con Trump e il ruolo che lei stessa rivendica come possibile ponte tra Washington e Bruxelles. Dall’altro, però, invita la premier a mantenere un profilo chiaramente europeo, soprattutto nei rapporti con leader affini ma non allineati, come Viktor Orbán. Una posizione netta, ribadita nella nota congiunta, dove si richiama l’impegno di Italia e Francia per un’Unione più sovrana, forte e prospera.
Differenze sull’Ucraina, convergenze sulla difesa
Meloni ha confermato la disponibilità al dialogo, ma ha anche fissato dei paletti. Se Macron spinge per l’invio di truppe europee in Ucraina, la premier italiana ribadisce il no: perché non è la linea giusta, e perché la sua maggioranza, Lega in testa, è contraria. Eppure, nella nota congiunta si legge di un «sostegno incrollabile e senza esitazioni a Kiev», e della volontà di rafforzare l’asse italo-francese sulla difesa europea. Anche attraverso investimenti comuni nell’industria tecnologica militare. Un segnale: le divergenze esistono, ma si cerca comunque il terreno comune.
Un asse da consolidare
Il documento finale parla anche di Medio Oriente, Libia e di «questioni di sicurezza di rilievo per l’Europa». Soprattutto, sottolinea l’urgenza di coordinare le posizioni transatlantiche, senza alimentare l’illusione di rapporti esclusivi o bilaterali. Il banco di prova? Il G7 a Kananaskis, in Canada, la prossima settimana. Sarà cruciale tenere gli Stati Uniti agganciati al sostegno per l’Ucraina, costringere Mosca a trattare e trovare una posizione comune sulle sanzioni, evitando, timore espresso anche dai canadesi, che Trump «svuoti il gruppo» e il vertice si trasformi in un flop.
Una ritrovata intesa
Nonostante le distanze, Francia e Italia dovevano dimostrare di essere unite. Non solo sull’Ucraina, ma anche su altri fronti: ieri si è discusso anche di spazio, di satelliti, di una possibile cooperazione a tre con la Germania. Per non rovinare la sostanza del vertice, i due leader hanno scelto il basso profilo, rinunciando a una conferenza stampa. Il segnale è chiaro: si lavora, senza protagonismi. E il riallineamento si può considerare centrato. Del resto, osserva un ministro, «né Macron né Meloni possono permettersi di essere visti come i responsabili di una rottura del fronte europeo», proprio ora che l’Europa è chiamata a reagire compatta, anche sul fronte dei dazi.




