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Il passo di lato di Meloni sul referendum fa discutere

Dopo settimane di silenzio e pressioni crescenti dai cronisti, dalle opposizioni e persino dagli alleati, Giorgia Meloni rompe gli indugi. Sceglie un palcoscenico simbolico, la Festa della Repubblica, per annunciare la sua posizione sui cinque referendum abrogativi in programma l’8 e 9 giugno. Andrà al seggio, ma non ritirerà le schede. In altre parole: partecipa alla liturgia democratica, ma non al voto.

La decisione, maturata nelle ultime ore con il suo staff più stretto, è stata costruita su un equilibrio delicato: mostrare «garbo istituzionale» senza contribuire al quorum. L’intenzione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, è quella di abbassare i riflettori sull’appuntamento elettorale. Meglio esporsi ora — a sei giorni dal voto — che a ridosso del weekend, quando ogni parola rischia di amplificarsi. Sanno bene, dalle parti della Presidenza del Consiglio, che le polemiche non mancheranno. Ma l’obiettivo è che la bolla mediatica si sgonfi prima che possa trasformarsi in una spinta alla partecipazione — e quindi in un favore, indiretto, ai promotori dei quesiti referendari.

«Vado a votare, ma non ritiro la scheda: è una delle opzioni», dichiara la premier, intercettata dai giornalisti durante le celebrazioni tra l’Altare della Patria e via dei Fori Imperiali. Una frase calibrata al millimetro. Sufficientemente netta da chiudere il pressing. Sufficientemente ambigua da non urtare né i fautori dell’astensione né i fautori del voto. Nel suo entourage definiscono questa mossa la meno rischiosa: non diserta il seggio, quindi non si presta all’accusa di sabotare l’affluenza. Ma allo stesso tempo non partecipa al referendum, evitando così di alimentare il conteggio che porterebbe al quorum. «Giorgia è la premier, non ha detto “non votate”», osserva con soddisfazione un fedelissimo.

Attenzione, però: la scelta è strettamente personale. Da Fratelli d’Italia arriva una precisazione netta. Nessuna indicazione di massa in questa direzione. Invitare tutti i militanti a non ritirare le schede sarebbe logisticamente complesso e pericoloso. Bastano pochi equivoci, e qualche scheda consegnata per errore, perché la strategia si ritorca contro chi la propone.

Era comunque una posizione inevitabile, quella della premier. Non esporsi del tutto non era più un’opzione praticabile, dopo che anche i suoi principali alleati avevano preso posizione: Tajani e Salvini per l’astensione, La Russa apertamente in campagna contro il voto. E ancora Maurizio Lupi, pronto a votare no su tutti i quesiti. La premier non poteva più restare nel limbo. Il crescendo era diventato insostenibile. Il primo giugno, nel giardino del Quirinale, Meloni aveva schivato la domanda con un «ma noooo», liquidando i cronisti con una battuta. Ma le opposizioni incalzavano ogni giorno, con Renzi in testa. Proprio lui, autore del Jobs Act sotto attacco referendario, la punzecchiava: «Meloni non parla mai, se non per attaccare Schlein. Del Jobs Act diceva che era carta da pizza. Tecnicamente è incompetente». Un affronto che, raccontano, la presidente non ha dimenticato.

Dunque, era ora di parlare. Farlo a ridosso del 2 giugno, tra le fanfare della Repubblica, ha consentito di impacchettare la mossa in un contenitore solenne. E anche questo è stato calcolato: se l’Italia celebra il referendum del 1946, perché non ricordare che rifiutare le schede è un’opzione tra le tante? «Votare sì, votare no, non votare o non ritirare la scheda: sono tutte possibilità legittime», spiegano da FdI. «E ogni scelta merita rispetto». Da ieri, anche quella della premier è nero su bianco.