I nuovi equilibri tra Europa e Stati Uniti passano anche da Berlino e Roma. Ne è convinto Federico Rampini, che in una recente analisi si è soffermato sulla convergenza tra il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Secondo Rampini, «questa convergenza di vedute tra il cancelliere Merz e la presidente del Consiglio Meloni è interessante», perché riguarda due Paesi che «in questo momento stanno facendo in concreto le cose più utili per salvare l’Alleanza Atlantica». Il riferimento è, innanzitutto, alla spesa militare. «Aumentare la spesa per riequilibrare gli oneri della sicurezza europea», osserva, è una richiesta che «gli americani ci stanno facendo, letteralmente, dai tempi di Eisenhower».
Difesa e nuovo modello economico
Ma la questione non si limita alla difesa. Per Rampini esiste un secondo fronte strategico: «Riformulare il modello economico e passare da un’economia trainata dalle esportazioni a un’economia con un forte motore di domanda interna». In questo modo l’Europa smetterebbe di essere percepita come «parassita» — sia sul piano della protezione militare americana sia su quello del mercato dei consumi statunitense. L’intesa tra Roma e Berlino, a suo avviso, va proprio in questa direzione. «Merz sta cercando di fare entrambe le cose, con Giorgia Meloni c’è chiaramente un’intesa, una comune veduta del rapporto transatlantico: è una direzione di marcia molto interessante».
Rampini riconosce che il linguaggio di Donald Trump può apparire teatrale e sopra le righe, ma invita a guardare alla sostanza: molte delle richieste avanzate dall’ex presidente americano — maggiore contributo europeo alla difesa e riequilibrio commerciale — sono temi presenti da decenni nel dibattito politico statunitense. «Cominciare a farle è il modo migliore per aprire una nuova pagina della storia dell’Occidente», sostiene.
Un Occidente allargato all’Asia
Rampini allarga poi lo sguardo oltre l’Europa, ricordando che l’Alleanza occidentale non coincide esclusivamente con la Nato. «Abbiamo alleati molto distanti che sono il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan: partner interessantissimi perché condividono il nostro sistema di valori, pur non essendo occidentali». Un riferimento che sottolinea come il baricentro strategico globale sia ormai anche indo-pacifico.
Il caso Epstein: “Non è uno scandalo politico, è uno scandalo dell’élite”
Oltre ai temi geopolitici, Rampini affronta anche la vicenda legata ai file di Jeffrey Epstein. La sua lettura è netta: «Non è uno scandalo politico», anche se parte dei media continua a valutarlo in chiave anti-Trump. «È uno scandalo di tutta l’élite», afferma, parlando di un «pezzo consistente patologicamente criminale». Secondo il giornalista, la rete di relazioni che ruotava attorno a Epstein non apparteneva a una sola area politica. «Ci sono dentro tutti», sottolinea, citando figure che vanno da Bill Clinton fino al principe Andrea d’Inghilterra. La prevalenza di esponenti democratici, a suo giudizio, sarebbe spiegabile anche con il contesto newyorkese frequentato da Epstein, storicamente vicino al Partito Democratico.
Morale, ipocrisie e doppio standard
Rampini invita poi a evitare letture moralistiche unilaterali. «Non è che l’Occidente sia particolarmente depravato e gli altri no», osserva, ricordando che anche regimi autoritari sono stati attraversati da scandali e abusi, spesso coperti dall’impunità del potere. Nel suo ragionamento emerge una critica all’ipocrisia morale: i moralisti più severi, sostiene, possono rivelarsi «i più pericolosi». L’analisi non è una difesa dell’Occidente, ma un richiamo a non trasformare lo scandalo in un’arma di propaganda selettiva.
Tra realpolitik e crisi morale
Nel complesso, la riflessione di Rampini intreccia due piani: da un lato la necessità di rafforzare l’asse europeo per rispondere alle richieste americane e stabilizzare l’Alleanza; dall’altro la constatazione di profonde contraddizioni morali all’interno delle élite globali. La sfida, implicitamente, è duplice: consolidare un nuovo equilibrio strategico transatlantico e, allo stesso tempo, affrontare senza doppi standard le fragilità etiche che attraversano il potere globale.





