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Cosa ha detto Trump nel discorso sullo stato dell’Unione al Congresso

Nella notte italiana tra martedì e mercoledì Donald Trump si è presentato al Congresso per il tradizionale discorso sullo stato dell’Unione, l’appuntamento annuale con cui il presidente fa il punto sull’attività dell’amministrazione e sulle condizioni del Paese. È stato il primo intervento del suo secondo mandato (nel primo anno dopo l’elezione il rito non si tiene) ed è già entrato nei libri per la durata: quasi un’ora e cinquanta minuti, il più lungo mai pronunciato, superando il primato stabilito da Bill Clinton nel 2000.

L’America che “vince sempre”

Trump ha costruito il suo intervento come una lunga celebrazione dell’operato della sua amministrazione, descrivendo gli Stati Uniti come una nazione in piena ripresa economica e senza particolari criticità. Secondo il presidente, il Paese starebbe “vincendo” così tanto da “non sapere cosa farsene”. Un’immagine trionfale che però si scontra con dati più complessi: l’inflazione è stabile da tempo e la crescita dell’occupazione nell’ultimo anno non ha registrato numeri eccezionali.

Molti analisti hanno sottolineato come nel discorso siano stati riproposti dati contestati o interpretazioni ottimistiche, in un contesto che guarda già alle elezioni di metà mandato di novembre, quando saranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera e un terzo del Senato.

Midterm e consenso in bilico

I sondaggi, al momento, indicano un consenso attorno al 40 per cento. Le politiche su economia, immigrazione e politica estera non raccolgono una maggioranza stabile nel Paese. Se i Repubblicani dovessero perdere la Camera, la seconda parte del mandato si trasformerebbe in una corsa a ostacoli. Il discorso è apparso dunque anche come un tentativo di ricompattare la base e polarizzare ulteriormente lo scontro con i Democratici. Non a caso il presidente ha riservato numerosi passaggi polemici all’opposizione, accusandola di sabotare ogni riforma e di agire contro l’interesse nazionale. «Queste persone sono pazze», ha affermato a un certo punto, invitando i parlamentari disposti a difendere “i cittadini americani e non gli immigrati illegali” ad alzarsi. I Democratici rimasti seduti sono stati invitati a “vergognarsi”.

Immigrazione al centro, Iran sullo sfondo

Il tema dell’immigrazione ha occupato uno spazio centrale. Trump ha elogiato la linea dura al confine con il Messico, senza soffermarsi sulle polemiche legate alle operazioni in Minnesota o ai metodi contestati di Border Patrol e ICE. Molto più contenuto il passaggio sulla politica estera. Ha accennato alla presenza militare americana in Medio Oriente, ribadendo l’attesa di un accordo sul programma nucleare iraniano, ma senza chiarire obiettivi o scenari.

Il nodo dei dazi e la Corte Suprema

Poche parole anche sul capitolo dazi, nonostante la recente decisione della Corte Suprema che ha giudicato illegittima gran parte delle misure introdotte durante il suo secondo mandato. Trump ha definito la sentenza “deludente” e “infelice”, promettendo che le tariffe resteranno comunque in vigore attraverso “strumenti giuridici alternativi”. In aula erano presenti anche i giudici della Corte, che il presidente ha evitato di attaccare frontalmente.

Un clima lontano dalla tradizione

Storicamente, il discorso sullo stato dell’Unione è considerato un momento di unità istituzionale. Quest’anno il clima è stato tutt’altro. Diversi parlamentari Democratici hanno scelto il boicottaggio: alcuni non si sono presentati, altri hanno lasciato l’aula prima della fine. Un deputato è stato allontanato dopo aver esposto un cartello critico nei confronti di una dichiarazione del presidente. Più che un discorso di riconciliazione, è sembrato un comizio lungo quasi due ore. Con un obiettivo chiaro: mostrare forza, minimizzare le crepe e preparare il terreno per una campagna elettorale che, di fatto, è già iniziata.