I dazi imposti da Donald Trump non rappresentano un destino inevitabile. La linea commerciale aggressiva e imprevedibile adottata da Washington non è, secondo Ottawa, l’unico scenario possibile per il futuro dell’economia mondiale. Il premier canadese Mark Carney punta a dimostrarlo con una strategia diplomatica che mira a costruire nuovi archi di cooperazione tra Americhe, Europa e Indo-Pacifico. Il perno dell’iniziativa è il rafforzamento del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp), il partenariato commerciale che riunisce, tra gli altri, Canada, Giappone, Australia, Singapore e Vietnam. L’idea è semplice ma ambiziosa: creare corridoi alternativi agli Stati Uniti per attenuare l’impatto di dazi e pressioni unilaterali, riducendo così il potere di ricatto commerciale esercitabile da Washington.
Un mondo che cambia
Il punto di partenza è una constatazione politica. L’ordine economico liberale che ha retto per decenni mostra crepe evidenti. Le scelte protezionistiche americane hanno indebolito il ruolo degli Stati Uniti come garante del sistema multilaterale. «Il vecchio ordine non tornerà indietro», ha lasciato intendere Carney intervenendo al forum economico di World Economic Forum a Davos. Se le regole non sono più stabili, occorre costruire reti di sicurezza.
Tre direttrici strategiche
La strategia canadese si muove lungo tre assi principali. Il primo è la diversificazione dei partner commerciali. L’economia canadese è fortemente intrecciata a quella statunitense: quando Washington modifica tariffe o condizioni, Ottawa ne avverte immediatamente l’impatto. Ampliare la presenza in Europa, Asia e America Latina significa distribuire il rischio. È una logica di assicurazione applicata al commercio internazionale. Il secondo asse riguarda la resilienza delle catene di approvvigionamento. L’obiettivo è frammentare e coordinare le supply chain tra Paesi affidabili, armonizzando standard e procedure. Settori chiave come semiconduttori, batterie, energia e difesa sono al centro di questa operazione, che punta a ridurre la dipendenza da un unico fornitore o da pratiche coercitive. Il terzo elemento è la massa critica. Mettere insieme potenze medie e grandi (Canada, Unione europea, Giappone, Australia) significa creare un mercato vastissimo, con centinaia di milioni di consumatori. Un blocco di queste dimensioni è più difficile da colpire con misure punitive, perché può rispondere in modo coordinato e dispone di un peso comparabile a quello delle grandi superpotenze. È la traduzione economica del principio secondo cui l’unione rafforza la capacità negoziale.
L’asse con l’Europa
Ottawa ha già mosso passi concreti: missioni in Asia, presenza all’Apec, nuovi accordi bilaterali come quello siglato con l’Indonesia. L’obiettivo dichiarato è raddoppiare nel medio periodo il commercio al di fuori degli Stati Uniti. L’Unione europea osserva con interesse. In una fase segnata da incertezza e decisioni unilaterali di Washington, costruire alternative credibili senza rompere i ponti con gli Stati Uniti appare una scelta pragmatica. Collegare strutturalmente Ue e Indo-Pacifico significherebbe unire economie avanzate e dinamiche produttive in un’area che copre quasi un miliardo e mezzo di persone.
Non a caso, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, al vertice con il Giappone della scorsa estate, ha evocato la necessità di aggiornare insieme le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Se il multilateralismo tradizionale è in affanno, la risposta non deve essere la sua demolizione, ma la sua riforma tra partner che condividono standard e regole.
Vantaggi e ostacoli
Per l’Europa, un’integrazione più stretta con l’Indo-Pacifico offrirebbe accesso facilitato a componenti, materie prime critiche e mercati finali. Armonizzare alcune regole consentirebbe alle imprese di combinare produzioni provenienti da più Paesi senza perdere benefici tariffari, rendendo le filiere più flessibili. Le difficoltà, però, non mancano. Coordinare regole di origine e standard tra accordi esistenti richiede negoziati complessi e tempo. Inoltre, ogni passo europeo deve ottenere l’approvazione dei ventisette Stati membri, spesso con ratifiche nazionali. Anche la definizione di standard ambientali o la tutela dei settori sensibili può diventare terreno di frizione.
Nessuno, a Ottawa come a Bruxelles, sembra voler aprire una guerra commerciale con Washington. La proposta di Carney non è una sfida frontale agli Stati Uniti, ma un tentativo di ridurre vulnerabilità e dipendenze. In un contesto globale instabile, è una forma di assicurazione collettiva: meno esposizione ai colpi di scena e più margini di manovra. In definitiva, non si tratta di isolare l’America, ma di prepararsi a un mondo in cui le regole non sono più garantite. E in cui la forza non sta nel gesto unilaterale, ma nella costruzione paziente di alleanze.





