Bill Clinton sceglie un registro personale prima ancora che politico per respingere ogni ombra nel caso Epstein. Ricorda la sua infanzia segnata dagli abusi domestici, una casa attraversata dalla violenza di un patrigno alcolista e giocatore d’azzardo. «Sono cresciuto in un ambiente del genere», spiega davanti alla Commissione di Vigilanza della Camera, «e se avessi avuto anche solo un sospetto, non solo non sarei salito su quell’aereo, ma lo avrei denunciato io stesso». L’ex presidente racconta di aver visto cessare le aggressioni fisiche quando, a 14 anni, affrontò il patrigno invitandolo a «stare in piedi e combattere». Le umiliazioni verbali, dice, continuarono fino alla morte dell’uomo, che in seguito ha dichiarato di aver perdonato. È su questa esperienza che fonda la sua difesa morale: chi ha vissuto la violenza, sostiene, non può chiudere gli occhi davanti a quella altrui.
«Non ho visto nulla, non ho fatto nulla di sbagliato»
Davanti ai deputati, Clinton respinge con fermezza qualsiasi ipotesi di connivenza con Jeffrey Epstein. «Non ho visto nulla e non ho fatto nulla di sbagliato», afferma scandendo le parole. Sostiene di non aver avuto alcuna consapevolezza dei crimini che il finanziere stava commettendo e invita a non sovrainterpretare fotografie o contatti di vent’anni fa.
«So quello che ho visto e, soprattutto, quello che non ho visto. So quello che ho fatto e quello che non ho fatto», insiste. Per l’ex presidente democratico, le immagini circolate negli anni non sono una prova di complicità né di conoscenza dei fatti.
«Le vittime meritano giustizia»
Nel testo introduttivo depositato agli atti, Clinton sposta poi l’attenzione sulle vittime. «Le ragazze e le donne le cui vite sono state distrutte meritano giustizia e la possibilità di guarire. Hanno aspettato troppo a lungo entrambe le cose», afferma. Ribadisce che la sua «breve conoscenza» con Epstein si sarebbe interrotta anni prima che l’ampiezza del sistema di abusi emergesse pubblicamente e di non aver mai colto «alcun segnale» di ciò che stava accadendo. La sua presenza davanti alla Commissione, spiega, è motivata dalla volontà di contribuire affinché simili vicende non si ripetano.
«Non ricordo» e una punta di ironia
Clinton avverte i membri della Commissione che in più occasioni potrebbe dover dire di non ricordare. «Può sembrare insoddisfacente», ammette, «ma non dirò nulla di cui non sia certo». Una precisazione che suona come una linea difensiva preventiva. Chiude l’intervento introduttivo con un’ironia misurata: «Essendo sotto giuramento, non dirò falsamente che non vedo l’ora di rispondere alle vostre domande. Ma sono pronto a farlo nel modo migliore possibile, attenendomi ai fatti così come li conosco: quelli legittimi, quelli logici e persino quelli insoliti».
Il contesto politico
La deposizione di Clinton arriva a distanza di ventiquattr’ore da quella di Hillary Clinton, che ha dichiarato di non ricordare di aver mai incontrato Epstein e ha accusato i repubblicani di condurre un’inchiesta a senso unico. I democratici chiedono ora che venga ascoltato anche Donald Trump, il cui nome compare nei file legati al caso. Il presidente in carica, che in passato frequentò Epstein prima di interrompere i rapporti, ha dichiarato di non gradire l’idea che Clinton venga interrogato, pur sostenendo che nei suoi confronti le indagini siano state «ben più aggressive».
Il caso Epstein continua così a proiettare la sua ombra sulla politica americana, trasformandosi ancora una volta in terreno di scontro tra le due parti. Clinton, dal canto suo, affida la propria difesa a un doppio registro: la memoria personale e la negazione netta di qualsiasi coinvolgimento.





