Niente funerale in chiesa per Domenico Belfiore, storico boss della ‘ndrangheta trapiantata in Piemonte condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia. La cerimonia, inizialmente prevista alle 15 nella parrocchia della Madonna del Loreto di Chivasso, è stata bloccata con un provvedimento d’urgenza del questore di Torino, Massimo Gambino, per motivi di ordine pubblico.
Le prescrizioni imposte prevedono che il rito si svolga in forma strettamente privata, senza corteo funebre, entro le 7 del mattino. Il funerale sarà quindi celebrato al cimitero di Chivasso alla presenza dei soli parenti stretti. Belfiore, storico esponente della ’ndrangheta, è morto venerdì a 73 anni nell’ospedale della cittadina del Torinese.
Le polemiche e l’intervento del questore
L’ipotesi di una celebrazione pubblica in chiesa aveva sollevato immediate polemiche. Bruno Caccia fu assassinato il 26 giugno 1983 e Belfiore venne condannato in via definitiva come mandante del delitto. Ai domiciliari dal 2015 per motivi di salute, non ha mai ammesso le proprie responsabilità né manifestato pentimento.
Contraria alla messa pubblica si era espressa Paola Caccia, figlia del magistrato ucciso. Duro anche l’intervento di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, secondo cui «celebrare una messa solenne significa mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi». Parole che hanno contribuito ad alimentare il dibattito sulla dimensione pubblica del rito.
Alla fine è intervenuto il questore Gambino, che ha disposto la celebrazione in forma riservata per evitare possibili tensioni e garantire la sicurezza.
«Si è chiuso un altro spiraglio verso la verità»
Paola Caccia ha commentato la decisione affermando di ritenere giusto che non si tengano celebrazioni pubbliche. «Non mi pronuncio sulla dimensione religiosa, che attiene a una sfera diversa», ha precisato, spiegando però che alla notizia della morte di Belfiore ha provato «un senso di frustrazione».
«Non per odio o vendetta – ha chiarito – ma perché si è chiuso un altro spiraglio lungo il cammino verso la verità». Belfiore, infatti, «non ha mai ammesso nulla e ha persino negato di essere un boss della ’ndrangheta». Finché era in vita, ha spiegato, restava la speranza che potesse un giorno parlare. Con la sua morte, anche questa possibilità si è definitivamente esaurita.





