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Ucraina, Donetsk come prezzo della pace: Zelensky ad un bivio

A Davos la parola “pace” circola ovunque, ma per ora somiglia più a un titolo che a una realtà. L’intesa, almeno sulla carta, sembra prendere forma; il problema è che la guerra continua a mordere e ogni scelta si trascina dietro un prezzo morale e politico enorme. Volodymyr Zelensky ha esitato prima di confermare la trasferta svizzera perché si trova davanti a un bivio che non concede soluzioni eleganti: accettare l’offerta di Donald Trump, scommettendo su promesse che potrebbero rivelarsi fragili, oppure proseguire un conflitto logorante, con un bilancio umano devastante e condizioni sempre più dure per milioni di ucraini.

Il faccia a faccia con Trump e il segnale “positivo”

Che qualcosa si stia muovendo lo suggerisce soprattutto la trama di incontri che si è addensata nelle ultime ore. Al World Economic Forum, Zelensky è rimasto a colloquio con Trump per circa un’ora. Nessuno dei due è uscito con la faccia di chi ha appena sbattuto la porta: niente firme, ma neanche rotture. Anzi, il presidente ucraino ha scelto toni apertamente costruttivi: ha raccontato che le squadre lavorano “ogni giorno” e che i documenti sarebbero quasi pronti. È il linguaggio tipico dell’“ultimo miglio”: quello in cui si alza la posta e spesso si inciampa, ma in cui, almeno, si ammette che una strada esiste.

Diplomazia a scatti: dalla Svizzera al Cremlino, poi Abu Dhabi

Nel frattempo, mentre i riflettori restano su Davos, i canali paralleli corrono veloci. Martedì Steve Witkoff e Jared Kushner hanno visto Kirill Dmitriev, indicato come negoziatore vicino a Vladimir Putin. Il giorno dopo, gli emissari di Trump erano ancora sulle montagne svizzere; in serata, però, sono arrivati a Mosca per colloqui con Putin e lo stesso Dmitriev. Witkoff ha spiegato che non si sarebbero fermati a dormire al Cremlino: la tappa successiva sarebbe stata Abu Dhabi, dove dovrebbero tenersi i primi negoziati dal 2022 capaci di mettere russi e ucraini nello stesso edificio. Da una parte la delegazione di Kiev guidata dal capo dell’amministrazione presidenziale, Kyrylo Budanov; dall’altra quella russa con Dmitriev e Igor Kostyukov, a capo dell’intelligence militare.

Quattro documenti in valigia e il nodo che brucia: il Donetsk

La scena, raccontata così, sembra quasi burocratica: quattro documenti che dovrebbero comporre un pacchetto di pace. Il primo è un testo “cornice”, una sorta di cappello politico e giuridico che tiene insieme il resto; lo spiega anche il premier croato Andrej Plenković. Poi arrivano le tre parti decisive, e qui la temperatura cambia. La sezione più esplosiva per Zelensky riguarda il Donbass: in sostanza si ragiona sulla cessione alla Russia della porzione ancora sotto controllo ucraino nel Donetsk, che Putin rivendica. Plenković insiste su un punto: sarebbe cruciale che de iure il territorio non risultasse formalmente ceduto, per lasciare uno spiraglio futuro, una “finestra” per rimettere mano a ciò che oggi appare non negoziabile.

Il rischio politico e militare: una concessione che può uccidere Zelensky

Quella concessione, però, potrebbe essere fatale per Zelensky. L’opinione pubblica ucraina è contraria e il presidente sa che una firma percepita come resa potrebbe bruciargli la leadership. C’è poi l’argomento più freddo e militare: cedere fortificazioni nel Donetsk significherebbe scoprire il fianco a nuove spinte russe attraverso la pianura verso Dnipro e, in prospettiva, fino a Odessa. Il timore è strategico: perdere l’accesso pieno al Mar Nero vorrebbe dire compromettere l’autonomia economica del Paese, dipendere dal via libera russo per esportare, e trasformare l’indipendenza ucraina in un concetto sempre più teorico.

Denaro e garanzie: la contropartita americana (e le incognite finali)

Per spingere Kiev ad accettare un rischio così grande, gli Stati Uniti mettono sul tavolo due promesse. Un documento descrive un piano di ricostruzione da 800 miliardi di dollari, tra risorse pubbliche e private, con un ruolo di regia attribuito a Larry Fink di BlackRock. Un secondo testo prevede garanzie di sicurezza americane, a supporto di un eventuale impegno europeo “sul terreno”. In sostanza: territorio in cambio di soldi e protezione occidentale. Witkoff dice di essere ottimista: resterebbe una sola questione davvero aperta, il Donetsk, e il fatto di aver discusso “molte versioni” sarebbe la prova che si può chiudere.

Ma i nodi non sono pochi. E resta l’interrogativo più delicato: Putin accetterà garanzie che includano soldati Nato in Ucraina? Il ministro polacco Radosław Sikorski lo ha detto senza giri di parole: bene se la pace si avvicina, ma Putin non è un uomo di pace. Serve un accordo che non semini la prossima guerra. E qui sta il punto: il dilemma di Zelensky, probabilmente, non finisce con una firma. Potrebbe cominciare proprio da lì.