Per 55 anni, ogni gennaio, il mondo che conta si è dato appuntamento in una località sciistica svizzera di circa 10mila abitanti, a 1.500 metri di altitudine. Un luogo diventato sinonimo di potere globale, diplomazia informale e incontri riservati. Ma ora il World Economic Forum potrebbe davvero voltare pagina e abbandonare Davos, la sua sede storica.
Secondo il Financial Times, Larry Fink, presidente di BlackRock e co-presidente ad interim del consiglio direttivo del Forum, avrebbe avviato discussioni riservate per spostare l’evento o trasformarlo in un summit itinerante. Tra le possibili alternative circolano nomi tutt’altro che casuali: Detroit, Dublino, Giacarta e Buenos Aires. Città simbolo dell’economia reale, lontane dall’immaginario alpino che per decenni ha definito Davos.
Perché Davos è diventata un problema
La critica di Fink è diretta e poco diplomatica: il Forum sarebbe diventato troppo elitario e distante dalla realtà. Secondo il numero uno di BlackRock, il Wef dovrebbe “presentarsi e ascoltare” nei luoghi in cui il mondo moderno prende forma concreta, non restare confinato in un contesto percepito come esclusivo e autoreferenziale. Oltre alla questione simbolica, c’è un problema pratico. Davos è logisticamente complessa, costosa e sempre più difficile da gestire. Ogni anno la Svizzera impiega fino a 5mila militari per garantire la sicurezza e spende circa 9 milioni di franchi in cinque giorni. Una cifra che pesa sui contribuenti e alimenta il dibattito politico interno.
Che cos’è il World Economic Forum
Il World Economic Forum è una fondazione no-profit con sede a Ginevra, fondata nel 1971 dall’economista tedesco Klaus Schwab con il nome di European Management Forum. L’obiettivo iniziale era favorire il dialogo tra manager europei e nordamericani. Nel 1987 il cambio di nome segnò anche l’allargamento della missione: “migliorare lo stato del mondo” coinvolgendo leader di business, politica, accademia e società civile. Nel tempo, l’evento si è trasformato in una macchina globale. Oggi a Davos partecipano circa 3mila persone: amministratori delegati delle maggiori aziende del pianeta, capi di Stato e di governo, ministri, banchieri centrali, accademici, leader religiosi, rappresentanti di Ong e centinaia di giornalisti.
I numeri di Davos
Il Wef non è un salotto improvvisato. Nell’anno fiscale 2024-2025 ha registrato entrate per 469 milioni di franchi svizzeri. Le quote di partecipazione sono elevate: 52mila dollari per un membro individuale, 263mila per un Industry Partner, 628mila per uno Strategic Partner. A questi si aggiunge una quota di ammissione personale di 19mila dollari. Il tema dell’edizione 2026 è “A Spirit of Dialogue”, con oltre 200 sessioni dedicate a geopolitica, intelligenza artificiale, cambiamento climatico e cooperazione internazionale, in un contesto segnato da tensioni globali senza precedenti.
Non solo Davos
Il Forum, in realtà, è già da tempo meno “alpino” di quanto sembri. Dal 2007 organizza il cosiddetto Summer Davos in Cina, alternando Dalian e Tianjin, con circa 1.500 partecipanti, in gran parte provenienti dai Paesi emergenti. A questo si aggiungono incontri regionali in Medio Oriente e numerose iniziative tematiche durante l’anno. Davos è nel mirino dei movimenti no-global dalla fine degli anni Novanta. Le accuse sono note: promuovere un capitalismo che accentua le disuguaglianze, parlare di sostenibilità mentre si arriva in jet privato, offrire un palco privilegiato alle multinazionali. Nel 2022, un partecipante su dieci è arrivato così a un evento che aveva la crisi climatica tra i temi centrali. Altre critiche riguardano l’esenzione fiscale in Svizzera, la scarsa trasparenza dei processi decisionali, la rappresentanza femminile ancora limitata e il costo pubblico della sicurezza.
Quando Davos ha fatto la storia
Eppure, Davos non è stata solo passerella. Nel 1988 Grecia e Turchia evitarono un conflitto armato firmando la Dichiarazione di Davos. Nel 1989 i ministri delle due Coree si incontrarono per la prima volta dopo la divisione della penisola. Nel 1992 Nelson Mandela e Frederik de Klerk apparvero insieme su un palco internazionale. Nel 1994 Shimon Peres e Yasser Arafat firmarono l’accordo quadro su Gaza e Gerico.
Il possibile addio
Se Davos perderà il suo Forum, il 2026 potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase: meno concentrata, più mobile, più vicina ai luoghi in cui l’economia globale prende forma concreta. Non è detto che sia la fine di Davos, ma potrebbe essere la fine dell’idea che il mondo si governi sempre dallo stesso salotto alpino. E sì, un giorno potremmo davvero parlare del Forum di Detroit.




