Press "Enter" to skip to content

L’Italia dovrà risarcire la SeaWatch con 76mila euro: la rabbia della premier Meloni

Il richiamo al rispetto reciproco tra le istituzioni lanciato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Consiglio superiore della magistratura non è bastato a raffreddare il clima. A riaccendere lo scontro è stata la sentenza del tribunale di Palermo che ha condannato lo Stato a risarcire la ong SeaWatch con 76mila euro per il fermo ritenuto illegittimo di una nave nel 2019.

La decisione riguarda i fatti dell’estate di quell’anno, nel pieno della stagione dei decreti sicurezza. Il 29 giugno 2019 la nave SeaWatch 3, comandata da Carola Rackete, forzò il blocco imposto dalla Guardia di finanza per consentire lo sbarco a Lampedusa di 42 migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale. Rackete fu arrestata con l’accusa di resistenza e violenza contro nave da guerra, imputazione dalla quale venne poi assolta. L’imbarcazione venne invece sottoposta a sequestro. A settembre i legali dell’organizzazione presentarono ricorso al prefetto di Agrigento contro il fermo amministrativo. Secondo la ong, il mancato riscontro dell’autorità avrebbe configurato un silenzio-assenso. Nonostante ciò, la nave rimase bloccata per altri tre mesi, fino a quando un ricorso d’urgenza non ne consentì la restituzione.

Il risarcimento e le motivazioni

La restituzione dell’imbarcazione non ha chiuso la vicenda. SeaWatch ha chiesto il rimborso delle spese sostenute durante il periodo di fermo — costi portuali, oneri di agenzia e carburante — sostenendo l’illegittimità del provvedimento. Il tribunale di Palermo ha accolto la richiesta, condannando lo Stato al pagamento di 76mila euro. La sentenza, come ogni decisione di primo grado, è impugnabile. Ma il suo impatto politico è stato immediato.

La reazione del governo

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di una decisione che “lascia senza parole”, richiamando anche l’assoluzione di Rackete e criticando un orientamento giudiziario che, a suo avviso, finirebbe per legittimare comportamenti in contrasto con le norme sull’immigrazione. Il leader della Lega Matteo Salvini ha definito il provvedimento “incredibile” e ha annunciato il suo voto favorevole al referendum sulla giustizia previsto a marzo, sostenendo la necessità di intervenire su un sistema che ritiene non adeguato.

La difesa della magistratura

A difesa della sentenza è intervenuto il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ricordando che il provvedimento è stato adottato da una magistrata “competente e preparata” al termine di un regolare contraddittorio tra le parti e sulla base degli elementi probatori acquisiti. Come ogni decisione giudiziaria, ha sottolineato, può essere contestata nei gradi successivi di giudizio. Attacchi personali ai giudici per sentenze non condivise, ha aggiunto, non rientrano nel legittimo diritto di critica. Anche il Partito democratico si è schierato in difesa della magistratura. Il presidente dei senatori dem Francesco Boccia ha parlato di un “ennesimo attacco” da parte della premier, richiamando l’invito del capo dello Stato a mantenere equilibrio e rispetto tra i poteri.

Uno scontro che va oltre il caso

Il caso SeaWatch torna così al centro del dibattito pubblico, non solo per il profilo economico del risarcimento ma per il significato simbolico che assume. Da un lato le scelte politiche in materia di immigrazione; dall’altro il controllo di legittimità esercitato dalla magistratura. Sul piano giuridico, la sentenza si inserisce in un filone che negli anni ha ridimensionato alcuni aspetti dei decreti sicurezza, evidenziando i limiti della discrezionalità amministrativa alla luce del diritto interno e internazionale.

Sul piano politico, invece, la vicenda alimenta un confronto sempre più acceso sul rapporto tra poteri dello Stato. Il richiamo alla moderazione resta sullo sfondo, ma la realtà mostra che quando giustizia e immigrazione si intrecciano, lo scontro è destinato a riaprirsi.