L’Europa prova a restare fuori dalla guerra in Iran, ma il prezzo della scelta potrebbe arrivare presto e passare dall’Ucraina. Dopo la richiesta del presidente americano Donald Trump di coinvolgere gli alleati nella riapertura dello Stretto di Hormuz, i principali Paesi europei hanno preso le distanze, chiarendo che il conflitto non riguarda né la Nato né l’Unione. Una linea che nelle ultime ore si è fatta sempre più compatta, dopo le iniziali esitazioni e divisioni.
Il messaggio, in sostanza, è semplice: l’Ue non vuole entrare in una guerra che non ha scelto. Le parole dell’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, vanno in questa direzione: il conflitto non è europeo e gli obiettivi politici restano poco chiari. Una posizione ribadita, con toni anche più netti, da diversi governi, dalla Germania all’Italia, fino al Regno Unito. Ma il rifiuto europeo rischia di aprire un fronte altrettanto delicato nei rapporti con Washington. Dietro la richiesta americana di un coinvolgimento nello Stretto di Hormuz si intravede, infatti, una pressione politica più ampia: chi non sostiene gli Stati Uniti in Medio Oriente potrebbe pagare altrove. E il terreno più esposto resta quello ucraino.
L’ipotesi, sempre meno teorica, è che l’amministrazione Trump possa ridurre il supporto militare a Kiev o rivedere l’impianto delle sanzioni contro la Russia. Un segnale che metterebbe in difficoltà l’Europa, ancora fortemente dipendente dall’appoggio americano nella gestione del conflitto. In questo scenario, l’Ucraina rischia di diventare la vera leva geopolitica nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. C’è poi un secondo livello di rischio, più immediato: quello economico.
Lo Stretto di Hormuz è uno snodo strategico per il traffico energetico globale. Un suo blocco prolungato potrebbe innescare una nuova impennata dei prezzi, con effetti diretti su inflazione, crescita e stabilità economica del continente. Il timore, condiviso da diversi osservatori, tra cui Federico Rampini, è che il conflitto possa trasformarsi in uno choc per l’Europa simile a quello seguito all’invasione russa dell’Ucraina, quando il caro energia ha messo sotto pressione famiglie, imprese e governi. Per questo, nonostante le pressioni americane, la linea prevalente nelle capitali europee resta prudente: meglio correre il rischio di tensioni con Washington che essere trascinati in un conflitto dagli esiti imprevedibili. La scelta segna una distanza politica evidente tra le due sponde dell’Atlantico. Ma se la crisi dovesse allargarsi, il conto potrebbe arrivare presto tra Kiev, l’energia e gli equilibri economici europei.





