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Iran, Bremmer: “Trump in un vicolo cieco, può solo limitare i danni”

Per Ian Bremmer, analista di riferimento nelle relazioni internazionali e fondatore di Eurasia Group, la situazione tra Stati Uniti e Iran ha imboccato una strada senza uscita. Il presidente Donald Trump si troverebbe oggi in“un vicolo cieco”, dove la sola opzione realistica è“scegliere il danno minore”.

Tradotto:“dichiarare vittoria e chiuderla qui”, anche a costo di accettare uno scenario tutt’altro che favorevole, con un Iran più aggressivo e rafforzato, capace di mantenere il controllo su un nodo strategico come lo Stretto di Hormuz. Una prospettiva imperfetta, ma, secondo Bremmer, comunque meno rischiosa rispetto al prolungamento del conflitto.

Negoziati: Teheran bluffa, ma non troppo

Sulla possibilità di nuovi colloqui, l’analista invita alla cautela. Il rifiuto iraniano, spiega al «Corriere della Sera», non va interpretato in modo definitivo.“C’è una certa tendenza ad atteggiarsi, da entrambe le parti”, osserva, ricordando che già in passato Teheran aveva posto condizioni poi rientrate. Secondo Bremmer, gli iraniani stanno alzando i toni per trasmettere un messaggio preciso:non avere un bisogno urgente di negoziare. Ma questo non significa che abbiano chiuso del tutto la porta. Piuttosto, il punto centrale è un altro:“Non prendono sul serio le minacce di Trump”.

Credibilità erosa: “Ha già fatto marcia indietro”

Il motivo, nella lettura del politologo, è chiaro e anche piuttosto brutale.“È la quinta volta che Trump minaccia di distruggere l’Iran”, ricorda Bremmer, sottolineando come ogni volta queste minacce siano state seguite da un passo indietro. Il risultato è una perdita di credibilità che pesa più di qualsiasi dichiarazione muscolare. In politica estera, soprattutto in contesti ad alta tensione, la coerenza conta quanto, se non più, della forza dichiarata.

Un regime che sfugge alle logiche classiche

L’analisi si sposta poi sulla natura del potere iraniano, che secondo Bremmer non può essere interpretato solo con le categorie tradizionali della politica internazionale.“Stiamo parlando di una teocrazia”, sottolinea, capace di agire anche sulla base di elementi come martirio e vendetta. In questo quadro, la razionalità strategica convive con dinamiche ideologiche difficili da prevedere. Bremmer non usa mezzi termini: il regime ha già dimostrato di non esitare davanti a costi umani elevati, sia sul piano interno sia nel contesto del conflitto.

Il vantaggio informativo di Teheran

C’è poi un elemento meno evidente ma decisivo: l’asimmetria informativa. Secondo Bremmer,gli iraniani hanno una visione molto più chiara degli Stati Unitidi quanto gli americani abbiano dell’Iran. “Trump opera in un sistema aperto”, osserva, dove media come ilNew York Timeso ilWall Street Journalrendono pubbliche dinamiche interne al potere. Al contrario, su Teheran regna l’opacità:“Non siamo neppure certi di chi comandi veramente”.

L’unica via: fermarsi subito

Da qui la conclusione, netta e senza sfumature:“L’unica cosa che può fare è dichiarare vittoria e fermare la guerra, subito”. Un’affermazione che suona quasi come un invito alla ritirata strategica. Bremmer individua anche il nodo dell’errore di calcolo: due modalità ricorrenti nell’azione di Trump. Da un lato il cosiddetto“Fafo”— creare caos e vedere cosa succede — dall’altro il“Taco”, ovvero la tendenza a tirarsi indietro quando la situazione si complica. Ed è proprio questo secondo schema, secondo l’analista, a prevalere nei momenti critici.

Hormuz e il “male minore”

Fermarsi ora, ammette Bremmer, significherebbe accettare una sconfitta parziale, soprattutto se l’Iran consolidasse il proprio controllo sullo Stretto di Hormuz. Ma anche qui il giudizio resta pragmatico:“Sarebbe il male minore”. Anzi, aggiunge, ogni giorno in più di guerra non fa che peggiorare lo scenario complessivo, ampliando i rischi e restringendo i margini di manovra.

Le paure degli alleati e lo scenario futuro

Le preoccupazioni di Europa, Paesi arabi e asiatici sono concrete: il timore è che Washington possa sfilarsi, lasciando agli altri il peso delle conseguenze, con uno stretto strategico sotto il controllo iraniano. Bremmer non minimizza:“È una preoccupazione legittima”. Ma insiste sul fatto che anche per questi attori si tratterebbe comunque dell’opzione meno dannosa. Nel breve periodo, sarà inevitabile negoziare con Teheran, anche a condizioni sfavorevoli. Nel lungo, l’obiettivo sarà aggirare lo Stretto, trovando rotte e soluzioni alternative. Non è uno scenario ideale, tutt’altro. Ma, nella sua analisi, la conclusione resta una sola:“La guerra deve finire”.