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Iran, 15 giorni di proteste e cinque fattori che potrebbero cambiare tutto

Da quindici giorni l’Iran è attraversato da una nuova ondata di proteste che, per intensità e natura, appare diversa da tutte le precedenti. Il bilancio è pesantissimo: almeno 544 morti, oltre 10mila arresti e una repressione sempre più esplicita. Secondo fonti internazionali, il regime sarebbe entrato in una vera e propria “modalità di sopravvivenza”, mentre circolano indiscrezioni su un possibile piano di fuga della Guida suprema, Ali Khamenei, verso Mosca insieme a parte della famiglia.
Non si tratterebbe di una rivolta come quelle già viste nel passato – dalle proteste studentesche del 1999 e del 2003 al Movimento Verde del 2009, fino a Donna, Vita, Libertà nel 2022 – ma di un fenomeno potenzialmente in grado di produrre un cambiamento radicale. Cinque fattori aiutano a capire perché.

La svolta post-ideologica della nuova generazione

I giovani scesi in piazza non chiedono più soltanto riforme economiche o politiche, né elezioni più libere o correzioni interne al sistema. La richiesta è più netta: superare e cancellare il regime. È in discussione la legittimità stessa dello Stato teocratico.
Si tratta di una rottura culturale profonda e probabilmente irreversibile. Un’intera generazione non si riconosce più nei codici, nel linguaggio e nell’orizzonte morale della Repubblica islamica. Non c’è un’adesione ideologica all’Occidente, ma una crescente percezione di estraneità rispetto a un sistema vissuto come vecchio, oppressivo e fuori dal tempo. Il gesto delle donne che si tolgono il velo non è solo una disobbedienza civile: è la negazione dell’autorità simbolica del regime, fondata anche sull’hijab obbligatorio.

Le crepe interne al potere

La risposta del regime resta affidata a una repressione durissima. Video diffusi sui social mostrano forze di sicurezza che aprono il fuoco anche in contesti sensibili, come gli ospedali. Ma la violenza, in questo caso, è anche il segnale di una debolezza strutturale.
Khamenei ha 86 anni, la successione è incerta e le élite appaiono sempre più diffidenti tra loro. Le voci su possibili opzioni di riparo all’estero indicano che la certezza della continuità del sistema è venuta meno. Il presidente Masoud Pezeshkian, riformista moderato con margini decisionali limitati, non riesce a svolgere alcuna funzione di compensazione politica.
Secondo il New York Times, che cita dirigenti iraniani rimasti anonimi, nelle riunioni riservate del potere si ammetterebbe che gli strumenti per gestire la crisi sono ormai molto pochi.

Il ridimensionamento strategico imposto da Israele

Le precedenti rivolte interne erano avvenute in una fase di espansione regionale iraniana: Iraq, Siria, Libano e Yemen. Oggi il quadro è rovesciato. L’Iran appare in ritirata strategica, anche a causa dell’azione militare e di intelligence di Israele durante i due anni di guerra a Gaza.
La leadership di Hamas nella Striscia è stata in larga parte eliminata e la sua capacità operativa drasticamente ridotta. In Libano, Hezbollah è stato colpito nei quadri, negli arsenali e nelle infrastrutture. In Iraq e Siria le milizie sciite filo-iraniane operano sotto pressione costante, mentre gli Houthi yemeniti, pur mantenendo visibilità mediatica, hanno un impatto strategico limitato. Il risultato è un indebolimento complessivo della proiezione di potere iraniana.

L’isolamento regionale crescente

Il contesto regionale amplifica la fragilità interna. La cosiddetta Mezzaluna sciita non crolla, ma è sottoposta a uno stress permanente. Allo stesso tempo, gli Accordi di Abramo contribuiscono a delineare un Medio Oriente in cui l’Iran è sempre più marginale.
L’attacco del 7 ottobre, che avrebbe dovuto incendiare il fronte arabo contro Israele, ha prodotto l’effetto opposto: molti Paesi arabi vedono nell’“Asse della resistenza” un fattore di instabilità. Ne deriva una crescente cooperazione tra Israele, Paesi del Golfo e partner regionali, fondata su sicurezza, tecnologia e crescita economica. Un modello dal quale Teheran resta esclusa: non può offrire integrazione economica, sicurezza condivisa né sviluppo. Solo proxy armati e retorica rivoluzionaria, sempre meno appetibili.

Il fattore Trump e la pressione internazionale

L’elemento più imprevedibile è il ritorno sulla scena di Donald Trump. L’ex presidente statunitense ha minacciato un “colpo durissimo” contro l’Iran in caso di ulteriori uccisioni di manifestanti. Fonti di intelligence ritengono credibile l’ipotesi di una fuga di Khamenei in Russia qualora le forze armate non riuscissero a ristabilire il controllo.
Sul tavolo ci sarebbe anche l’opzione militare. Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbero già discusso un’intesa per colpire l’Iran, con particolare attenzione al programma nucleare, già compromesso dal conflitto diretto tra Iran e Israele del giugno 2025, che ha visto anche l’intervento degli Stati Uniti. Netanyahu ha ribadito che Israele non permetterà a Teheran di ricostituire le proprie capacità missilistiche.
La convergenza tra Washington e Gerusalemme, unita alla fragilità interna del regime, apre una finestra strategica inedita. Ed è proprio su questa combinazione di fattori che l’opposizione iraniana intravede, per la prima volta dopo molti anni, una possibilità concreta di cambiamento.