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Iran, 12mila morti nelle piazze: “Il più grande massacro di sempre”

Sono giorni che sembrano non finire mai. Le strade vengono lavate all’alba per cancellare il sangue, le università restano chiuse, i negozi abbassano le saracinesche già nel primo pomeriggio. La notte, senza proclami ufficiali, diventa un coprifuoco di fatto. Teheran e molte altre città dell’Iran vivono sotto assedio, mentre la protesta nata come pacifica si è trasformata in una repressione brutale, sistematica, senza precedenti nella storia recente del Paese.

Tante vite spezzate, tante storie di giovani che volevano un paese più libero

All’obitorio di Kahrizak, a sud della capitale, continuano ad arrivare corpi. Su uno dei sacchi neri compare una scritta che gela il sangue: “n. 1.338, Parian, nata nel 2009”. Aveva 16 anni. È uno dei tanti nomi che rischiano di perdersi in una strage fatta di numeri, elenchi, identificazioni sommarie. Dietro quelle cifre ci sono volti, famiglie, vite spezzate. Ragazzi e ragazze scesi in piazza con la rabbia di chi sente di non avere più nulla da perdere, ma anche con una speranza: un Paese più libero, più giusto, più democratico.

I numeri di una mattanza

Le stime sono discordanti e tutte spaventose. Funzionari governativi citati in forma anonima parlano di almeno 3mila morti, tra cui circa 150 agenti delle forze di sicurezza, ammettendo però che il bilancio reale potrebbe essere molto più alto. Altre fonti alzano drasticamente l’asticella: l’opposizione in esilio parla di 12mila vittime, mentre l’intelligence israeliana stima almeno 5mila morti. Anche prendendo per buoni i numeri più bassi, si tratterebbe del più grande massacro nella storia recente dell’Iran.

Una repressione armata per la guerra

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i manifestanti si sono trovati di fronte a un apparato “armato per la guerra”, deciso a non fare prigionieri. Le forze di sicurezza hanno risposto con mitragliatrici, cecchini e fuoco indiscriminato. Testimonianze raccolte sul campo parlano di spari dall’alto, di agenti che aprono il fuoco dalla macchina in mezzo alla folla, di raffiche contro gruppi di giovani uomini e donne. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha detto di essere “inorridito”, denunciando come inaccettabile l’uso dell’etichetta di terrorismo o di “guerra contro Dio” per giustificare una violenza di tale portata.

Ospedali e obitori pieni: questo è il volto dell’Iran oggi

Le immagini che riescono a filtrare all’estero, grazie a collegamenti satellitari e a una parziale riattivazione delle linee telefoniche solo in uscita, sono scioccanti. Ospedali pieni di feriti, obitori saturi, famiglie terrorizzate. Medici e infermieri raccontano di giovani colpiti deliberatamente agli occhi, una strategia che sembra mirata a mutilare e intimidire. In una sola notte sarebbero stati eseguiti centinaia di interventi chirurgici oculari in diversi ospedali. In alcuni casi, i feriti vengono portati via dalle forze di sicurezza subito dopo le operazioni.

Il silenzio imposto e la paura dei morti

La repressione non si ferma ai vivi. Ci sono famiglie che scelgono di seppellire i propri figli in segreto, per timore che i corpi vengano sequestrati o che il dolore diventi un’ulteriore arma di ricatto. Persino i servizi mortuari finiscono sotto sospetto, con voci di pagamenti richiesti per la restituzione delle salme. La televisione di Stato è costretta a chiarire che i funerali sono gratuiti, segno di un clima di sfiducia totale.

Colpire l’economia per piegare la protesta

La vendetta del sistema si estende anche ai commercianti, tra i primi a sostenere le manifestazioni. Arresti, chiusure forzate, negozi obbligati a rimanere aperti ma vuoti. Marchi storici e bazar simbolo della vita economica iraniana vengono colpiti per aver scioperato in solidarietà con i manifestanti. È una strategia che mira a isolare la protesta, a spezzare i legami sociali, a trasformare la paura in rassegnazione.

Una ferita che segnerà una generazione

Quella che si sta consumando in Iran non è solo una repressione: è una ferita profonda destinata a segnare un’intera generazione. Giovani che chiedevano futuro si sono trovati davanti a un muro di piombo. Anche se il silenzio viene imposto con la forza, le immagini, i numeri, i nomi continuano a circolare. E raccontano una storia che difficilmente potrà essere cancellata, nemmeno lavando le strade ogni notte.