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Escalation in Medio Oriente, Panetta: “Quattro o cinque settimane di bombardamenti, ma qual è la strategia?”

L’offensiva contro l’Iran rischia di trasformarsi in una guerra regionale difficile da controllare. A dirlo, in un’intervista al Corriere della Sera, è Leon Panetta, ex direttore della Cia ed ex segretario alla Difesa degli Stati Uniti, che guarda con preoccupazione alla strategia dell’amministrazione americana.

Dalla sua casa di Austin, in Texas, Panetta racconta che il presidente Donald Trump avrebbe parlato apertamente di una campagna militare destinata a durare settimane. Il piano, spiega, sarebbe quello di proseguire con «quattro o cinque settimane di bombardamenti, con la speranza che alla fine questo cambi il regime e che il popolo iraniano possa sollevarsi e costruire un governo migliore». Una prospettiva che lo stesso Panetta definisce però incerta: il problema, osserva, è che la storia recente non offre esempi rassicuranti di cambi di regime ottenuti con la forza militare. «Abbiamo imparato che non puoi aprirti la strada al cambio di regime con le bombe», dice, ricordando i tentativi falliti in Yemen e nel Nord del Vietnam. Il punto, secondo l’ex capo della Cia, resta uno solo: l’obiettivo politico della guerra. «Quando mandi uomini e donne in uniforme sulla linea del pericolo devi loro una spiegazione chiara. Ma non sono sicuro che l’amministrazione abbia davvero un piano per raggiungere e chiudere questa guerra», ha spiegato.

Le scorte militari e il nodo delle forniture

Trump ha parlato di una disponibilità praticamente illimitata di armi e munizioni. Panetta invita però alla prudenza anche su questo fronte. Gli Stati Uniti restano una potenza militare con enormi capacità industriali, ma nessun Paese, sostiene, è davvero preparato per un conflitto regionale prolungato. Negli ultimi anni sono già emersi problemi nelle catene di approvvigionamento militare, ad esempio durante il sostegno all’Ucraina. «Ci sono limiti reali al numero di missili e ai sistemi di difesa aerea disponibili», spiega Panetta. Un’offensiva continua per quattro o cinque settimane richiederebbe logistica complessa e una mobilitazione massiccia. «Non ho dubbi che le nostre forze siano già sotto grande pressione».

Quanto può durare la guerra

Panetta spera che il conflitto non si prolunghi oltre il mese. Se il regime iraniano dovesse restare in piedi, magari con una nuova leadership, diventerebbe molto più difficile ottenere il cambiamento politico auspicato dalla Casa Bianca. In quel caso, osserva, l’unica via realistica sarebbe tornare ai negoziati. «La speranza sarebbe che i nuovi leader accettino di sedersi al tavolo per trovare una soluzione diplomatica».

Il tema delle truppe di terra

Trump non ha escluso l’ipotesi di inviare soldati americani sul terreno. Una prospettiva che Panetta giudica altamente improbabile. Sarebbe sorpreso, spiega, se il presidente decidesse improvvisamente di lanciare un’invasione su larga scala dell’Iran. Il precedente dell’Iraq pesa ancora sulla politica americana. «Abbiamo imparato che le operazioni di terra non producono necessariamente i risultati sperati». Inoltre l’opinione pubblica americana è stanca delle cosiddette “guerre eterne” in Medio Oriente. Secondo i sondaggi, ricorda Panetta, tra il 70 e l’80 per cento degli americani è preoccupato per la direzione del conflitto. Questo non significa che non possano esserci operazioni indirette. Washington potrebbe cercare di sostenere eventuali movimenti interni al regime iraniano. Ma anche questo scenario presenta enormi difficoltà. «È facile dirlo, molto più difficile farlo», avverte.

Intelligence e opposizione interna

Sul ruolo dell’intelligence americana e israeliana Panetta è prudente. Non esclude che Cia e Mossad stiano operando all’interno dell’Iran per monitorare la situazione e favorire la nascita di una possibile alternativa al regime. Quando era direttore della Cia, racconta, l’agenzia lavorava costantemente per capire cosa stesse accadendo dentro l’Iran e individuare eventuali interlocutori in caso di crollo del potere. Ma resta un interrogativo cruciale: «È stata davvero costruita un’opposizione interna capace di prendere il potere? Non so la risposta».

Il rischio di un conflitto più ampio

Per Panetta il rischio più grande è che la guerra sfugga di mano. Il conflitto in corso coinvolge già gran parte del Medio Oriente e ha portato Washington a invitare i cittadini americani a lasciare la regione. Segnali che indicano una situazione estremamente fragile. «Siamo di fronte a una guerra regionale», avverte l’ex segretario alla Difesa, spiegando che eventi di questo tipo possono facilmente degenerare in conflitti più ampi. Il timore è che altri Paesi possano approfittare della crisi per aprire nuovi fronti mentre l’attenzione mondiale resta concentrata sull’Iran. «A volte basta una scintilla», conclude Panetta, «perché una crisi regionale si trasformi in qualcosa di molto più grande».