Domenico non ce l’ha fatta. Il bambino di due anni e due mesi, sottoposto a trapianto cardiaco dopo che l’organo ricevuto era risultato danneggiato, è morto alle 9.20 di questa mattina all’ospedale Monaldi di Napoli. La notizia è stata comunicata dall’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi.
Le sue condizioni erano precipitate nelle ultime ore. Accanto alla madre, in ospedale, era presente anche il cardinale Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, che ha pregato con la famiglia e ha impartito al piccolo l’estrema unzione. «Se n’è andato, è finito», ha detto tra le lacrime la mamma, Patrizia Mercolino, uscendo dal reparto. Parole che chiudono una vicenda segnata da sofferenza, errori e polemiche.
Il dolore della madre e l’idea di una fondazione
La signora Mercolino ha annunciato la volontà di creare una fondazione in memoria del figlio. «Voglio lasciare un segno per Domenico, e questa fondazione lo farà. Lotterò per tenerne vivo il ricordo», ha spiegato. Ha anche invitato a diffidare da eventuali raccolte fondi non autorizzate: «Chi chiede denaro a nome nostro sta truffando. Non credete a ciò che circola». Il lutto della famiglia si accompagna a un bisogno di giustizia e di chiarezza che resta centrale nell’inchiesta in corso.
Il parere dell’esperto: “Ora rispetto e meno clamore”
Sulla vicenda è intervenuto il professor Igor Vendramin, direttore della Cardiochirurgia di Udine. L’esperto ha parlato di errori «inconcepibili», ma ha anche invitato a evitare un processo mediatico.
Un trapianto cardiaco, soprattutto in condizioni critiche, comporta un rischio di mortalità che può arrivare al 7-10%. Può accadere che un cuore impiantato non riparta o non funzioni correttamente. «Succede», ha osservato, ricordando che si tratta di interventi ad altissima complessità.
Riguardo alla decisione dell’équipe di procedere con la rimozione del cuore malato prima di verificare pienamente la funzionalità del nuovo organo, Vendramin ha sottolineato che in alcuni casi si agisce per ridurre i tempi di ischemia. «Forse imprudente, ma non necessariamente fuori dalle procedure», ha spiegato, precisando che molte variabili cliniche restano ignote.
L’errore più grave, secondo l’esperto, riguarda invece la conservazione dell’organo: il cuore sarebbe stato esposto a ghiaccio secco, capace di raggiungere temperature intorno agli -80 gradi, quando la corretta conservazione richiede circa 4 gradi. «Un fatto clamoroso, mai sentito in tanti anni di trapianti», ha detto. Da lì si sarebbe generata la catena di eventi che ha portato all’esito drammatico.
«Ora però serve rispetto», ha aggiunto, ricordando anche il sacrificio della famiglia del bambino donatore, il cui gesto altruistico è stato vanificato.
La nota dell’ospedale
L’Azienda Ospedaliera dei Colli ha diffuso un comunicato esprimendo «profondo dolore» per la morte del piccolo paziente, sottolineando che il decesso è avvenuto dopo un «improvviso e irreversibile peggioramento» del quadro clinico. La direzione ha manifestato cordoglio e vicinanza alla famiglia. È stato precisato che l’organo non sarebbe stato trapiantato per errore, ma che una volta rimosso il cuore malato non era più possibile tornare indietro. Un consulto successivo con specialisti del Bambino Gesù di Roma aveva escluso la possibilità di un nuovo trapianto.
Le ultime ore e la decisione sulle terapie
Già nelle ultime 24 ore era chiaro che non vi fossero più margini. In accordo con la famiglia e con il medico legale nominato dai genitori, erano state mantenute esclusivamente terapie strettamente salvavita, con una progressiva riduzione degli altri interventi. Il direttore dell’Area critica del Monaldi aveva chiarito che non ci sarebbe stato accanimento terapeutico. Il bambino, sedato e collegato ai macchinari, non soffriva. La scelta condivisa è stata quella di evitare trattamenti invasivi senza prospettiva.
L’inchiesta e le responsabilità
L’indagine ha accertato finora che il cuore si è danneggiato durante il trasporto. Il cardiologo responsabile del trapianto si è dimesso dopo l’intervento. Sono in corso verifiche sulle modalità di conservazione e sulle attrezzature utilizzate. Successivamente era emersa la disponibilità di un altro organo, ma il team medico aveva stabilito che Domenico non fosse più trapiantabile. Il 19 febbraio si era deciso di interrompere le terapie. La vicenda lascia interrogativi profondi sulla gestione del trasporto e della conservazione dell’organo, ma soprattutto consegna una tragedia umana che va oltre ogni polemica. Resta il silenzio di un reparto, il dolore di una madre e una promessa: trasformare la memoria di Domenico in qualcosa che possa aiutare altri bambini.





