Dietro i grandi nomi del sistema bancario italiano c’è una macchina organizzativa complessa, fatta di decine di migliaia di dipendenti e di una rete di manager che lavorano accanto agli amministratori delegati per tenere insieme strutture sempre più articolate.
Secondo gli ultimi dati disponibili, le cinque principali banche italiane superano complessivamente i 220 mila dipendenti: una “città” grande quanto uno dei principali centri urbani del Paese. Numeri che aiutano a comprendere quanto sia delicato il funzionamento di questi gruppi, soprattutto in una fase di trasformazioni e possibili riassetti. Come evidenziato anche da un’analisi del Corriere della Sera, firmata da Stefano Righi, la parola chiave per governare realtà di queste dimensioni è oggi segmentazione: per clientela, per aree geografiche e per linee di business.
Le banche non sono più strutture uniformi. Al contrario, operano dividendo le attività in comparti distinti: dal retail, rivolto a famiglie e piccoli risparmiatori, al corporate per le imprese, fino al wealth management per i clienti con patrimoni elevati e all’investment banking per le operazioni finanziarie più complesse. A questo si aggiunge la suddivisione territoriale, con gruppi che gestiscono separatamente Italia, Europa e altri mercati internazionali. Un’organizzazione necessaria per rispondere a esigenze molto diverse, dal conto corrente per un neo-assunto fino al finanziamento di grandi progetti industriali.
Nel caso di Intesa Sanpaolo, guidata da Carlo Messina, il modello è fortemente radicato sul territorio. A supporto dell’amministratore delegato operano figure chiave come Stefano Barrese, responsabile della Banca dei Territori, Mauro Micillo, a capo del Corporate & Investment Banking, Tommaso Corcos per il risparmio gestito e il wealth management e Paola Papanicolaou per le attività internazionali. Accanto a loro, ruoli centrali anche per operations, tecnologia e relazioni istituzionali, a conferma della complessità del gruppo.
Anche in Unicredit, guidata da Andrea Orcel, la gestione passa attraverso una struttura articolata e internazionale. Tra i principali collaboratori figurano Gianfranco Bisagni, chief operating officer, Stefano Porro, responsabile finanziario, e Richard Burton, impegnato nello sviluppo dei prodotti. A questi si affiancano i responsabili delle diverse aree geografiche, dall’Europa centrale alla Germania, oltre al comparto tecnologico.
Nel caso del Monte dei Paschi di Siena, la riorganizzazione degli ultimi anni si è basata su figure interne con una lunga esperienza, come Maurizio Bai e Dimitri Bianchini, centrali nella gestione operativa e commerciale. In Banco Bpm, invece, il lavoro dell’amministratore delegato Giuseppe Castagna si fonda sul supporto dei condirettori generali Domenico De Angelis ed Edoardo Maria Ginevra, rispettivamente responsabili del business e della finanza. In Bper, infine, il modello resta fortemente legato alla presenza territoriale, con un ruolo chiave per il corporate e per il wealth management, settori sempre più strategici in un contesto di competizione crescente.
La fotografia che emerge è quella di un sistema altamente articolato, in cui il ruolo dei manager che affiancano gli amministratori delegati è diventato sempre più centrale. Se i vertici definiscono le strategie, sono queste figure a garantire il funzionamento quotidiano di strutture che, per dimensioni e complessità, non hanno eguali in altri settori dell’economia italiana. In un contesto segnato da possibili operazioni di consolidamento e nuove sfide economiche, la solidità di queste reti manageriali rappresenta senz’altro uno degli elementi chiave per la tenuta del sistema bancario.





