C’è un punto nel dibattito sul referendum in materia di giustizia che non può essere ridotto a slogan o a una resa dei conti tra politica e magistratura. L’ipotesi di sottrarre la polizia giudiziaria alla direzione dei pubblici ministeri nella fase delle indagini e riportarla sotto l’influenza dell’esecutivo, attraverso il ministero dell’Interno, rappresenta un cambiamento strutturale dell’assetto costituzionale.
Non si tratta di un dettaglio tecnico. È un nodo che tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la tenuta stessa dello Stato di diritto.
La Costituzione parla chiaro
L’articolo 109 della Costituzione stabilisce che “l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”. È una scelta precisa dei costituenti: chi indaga sui reati, anche quando coinvolgono esponenti politici o apparati pubblici, deve poter operare senza condizionamenti gerarchici provenienti dall’esecutivo.
Se la polizia giudiziaria, durante le indagini, torna a dipendere politicamente dal governo, si rompe un principio cardine: l’autonomia della magistratura inquirente. L’articolo 104 afferma infatti che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Senza la disponibilità effettiva degli strumenti investigativi, questa autonomia diventa formale.
Obbligatorietà dell’azione penale svuotata
La Costituzione prevede anche l’obbligatorietà dell’azione penale (articolo 112). Il pubblico ministero non sceglie quali reati perseguire in base a opportunità politica. È un presidio di uguaglianza davanti alla legge.
Ma questo principio regge solo se il pm può dirigere l’attività investigativa. Se la gestione concreta della polizia giudiziaria è condizionata da priorità amministrative o indirizzi politici, l’obbligatorietà rischia di trasformarsi in un principio teorico. Le indagini possono rallentare, perdere efficacia, essere orientate in modo selettivo. Non serve un ordine scritto: basta la leva organizzativa.
L’allarme dell’Associazione nazionale magistrati
L’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha definito “sconcertante” l’ipotesi di sottrarre la polizia giudiziaria alla direzione dei pm nelle indagini. Secondo l’Anm, un simile intervento altera l’equilibrio tra poteri e mette a rischio l’effettività del controllo giudiziario sull’attività investigativa.
Le critiche non arrivano soltanto dalla magistratura associata. Numerosi costituzionalisti hanno ricordato che la disponibilità diretta della polizia giudiziaria è uno degli strumenti attraverso cui si garantisce la separazione dei poteri in senso sostanziale, non solo formale.
Il rischio di subordinazione politica delle indagini
Il punto centrale è uno: riportare la polizia giudiziaria sotto l’influenza dell’esecutivo significa introdurre un potenziale filtro politico nelle indagini penali. Non è questione di intenzioni dichiarate, ma di struttura istituzionale.
In un sistema democratico maturo, chi indaga su reati che possono coinvolgere amministratori pubblici, funzionari, apparati dello Stato o esponenti politici deve poter operare senza dipendere da quegli stessi centri di potere. È una garanzia per i cittadini, non un privilegio corporativo.
Presentare questa trasformazione come un “riequilibrio” è fuorviante. È, nei fatti, una compressione dell’indipendenza della magistratura inquirente e un arretramento rispetto ai principi costituzionali che hanno finora garantito un sistema di pesi e contrappesi.
Il referendum non riguarda solo l’organizzazione interna della giustizia. Riguarda la tenuta di un principio fondamentale: che le indagini penali restino libere da interferenze politiche. Su questo terreno non esistono compromessi neutri. Esiste la tutela dello Stato di diritto o la sua progressiva erosione.





