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L’Europa segue Draghi e Letta (ma la sinistra italiana li considera già fuori moda)

C’è qualcosa di profondamente paradossale, e anche un po’ tragicomico, nella fotografia politica di queste settimane. Mentre l’Europa cerca una linea per resistere all’urto di Donald Trump e alla pressione militare di Vladimir Putin, le idee più solide arrivano da due italiani: Mario Draghi ed Enrico Letta. Il primo ha messo nero su bianco una diagnosi impietosa sulla competitività europea, chiedendo investimenti comuni, un salto di integrazione, una strategia industriale vera. Il secondo ha lavorato sulla riforma del mercato unico e sulla necessità di abbattere le barriere interne che frenano la crescita. Oggi leader europei di ogni colore citano quelle proposte come base di lavoro.

E in Italia? Silenzio quasi imbarazzato. È singolare che a valorizzare l’agenda Draghi siano Friedrich Merz, Emmanuel Macron o i governi baltici, mentre il principale partito della sinistra italiana sembra averla messa in un cassetto. Fino a pochi anni fa quella linea europeista, riformista, atlantica era la spina dorsale del Partito democratico. Oggi è diventata un riferimento ingombrante, quasi scomodo.

La questione non è nostalgica. È politica. In un momento in cui l’Europa discute di difesa comune, riarmo, autonomia strategica, la sinistra italiana si muove con prudenza tattica, preoccupata di non incrinare l’alleanza con forze apertamente contrarie all’invio di armi all’Ucraina e scettiche sul rafforzamento militare europeo. Il risultato è un equilibrio che somiglia a un’ambiguità. Formalmente si sostiene Kiev, ma senza rivendicare con forza che la difesa europea è una discriminante valoriale. Formalmente si è europeisti, ma senza fare dell’agenda Draghi un vessillo identitario.

Eppure è proprio quella agenda che oggi tiene in piedi l’idea di un’Europa capace di reagire. Senza investimenti comuni, senza una politica industriale coordinata, senza una difesa integrata, l’Unione rischia di restare un gigante normativo e un nano geopolitico. La verità è che Draghi e Letta incarnano una cultura politica che la sinistra italiana sembra aver accantonato: riformismo liberale, atlantismo, europeismo concreto, non retorico. Una cultura che parlava di competitività senza vergognarsi, di mercato unico senza sospetti ideologici, di difesa comune come evoluzione naturale dell’integrazione.

Se il centrosinistra non torna a rivendicare quella tradizione, qualcun altro finirà per appropriarsene. E sarebbe il paradosso definitivo: l’europeismo pragmatico nato a sinistra adottato stabilmente altrove. Forse il problema non è che l’Europa chiama Draghi e Letta. Il problema è che la sinistra italiana non sembra più sapere cosa farsene.