C’è un momento, nella storia dei regimi autoritari, in cui cade l’ultima maschera. In Iran quel momento sembra essere arrivato ora. La Repubblica islamica non si limita più a reprimere: minaccia (e pratica) apertamente l’eliminazione fisica dei propri cittadini, rivendicando la violenza come strumento legittimo di governo. Quando un potere definisce i manifestanti “nemici di Dio” e ne preannuncia l’impiccagione, non siamo più nel campo dell’autoritarismo religioso, ma in quello di una dittatura totalitaria senza più alibi ideologici.
La repressione come metodo di governo
Le proteste che attraversano l’Iran in queste ore non sono un fenomeno isolato né improvvisato. Sono l’ennesima ondata di una crisi strutturale che dura da anni, aggravata dal collasso economico, dall’isolamento internazionale e da una società giovane sempre più distante dal potere clericale. La risposta del regime è stata, ancora una volta, la forza brutale: arresti di massa, uso di armi da fuoco contro i manifestanti, blackout delle comunicazioni, processi sommari.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, le persone arrestate dall’inizio delle nuove proteste superano quota diecimila, mentre il numero delle vittime resta difficile da accertare proprio a causa della chiusura di internet e della censura totale imposta dal governo. Un copione già visto nel 2019 e nel 2022, ma che oggi assume contorni ancora più cupi.
La pena di morte come strumento di intimidazione
Il salto di qualità – o meglio, di abisso – sta nell’uso sistematico e dichiarato della pena di morte come arma politica. L’accusa di moharebeh, “guerra contro Dio”, viene estesa a chiunque partecipi alle proteste o anche solo le sostenga. È una formula giuridico-religiosa che consente al regime di trasformare il dissenso in crimine capitale, cancellando ogni distinzione tra protesta civile e terrorismo.
Il caso di Erfan Soltani, giovane manifestante condannato a morte in tempi rapidissimi, è emblematico. Arrestato, giudicato e destinato all’esecuzione nel giro di pochi giorni, senza reali garanzie processuali, rappresenta il messaggio che Teheran vuole inviare al Paese: protestare può costare la vita. Non è giustizia, è terrorismo di Stato.
Blackout informativo e isolamento del Paese
A completare il quadro c’è il blackout informativo quasi totale. Internet viene spento, i social oscurati, i giornalisti arrestati o intimiditi. L’obiettivo è duplice: impedire il coordinamento delle proteste e nascondere al mondo l’entità della repressione. È la stessa strategia adottata nei momenti più sanguinosi della storia recente iraniana, quando centinaia di persone vennero uccise nel silenzio forzato imposto dal regime.
In questo contesto, parlare di “teocrazia” rischia di essere persino fuorviante. La religione resta uno strumento retorico, ma il potere reale è ormai militare, securitario, repressivo, concentrato nelle mani dei Pasdaran e di una classe dirigente che non risponde più nemmeno alle proprie regole.
Le reazioni internazionali e il vuoto dell’azione
Le condanne internazionali non mancano. Nazioni Unite, Unione Europea, governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani parlano apertamente di violazioni gravissime, di processi farsa, di esecuzioni arbitrarie. L’Iran è stato persino escluso da organismi ONU dedicati ai diritti delle donne, un fatto senza precedenti.
Ma alle parole non seguono azioni proporzionate. Le sanzioni colpiscono, ma non fermano la repressione. Gli appelli diplomatici vengono ignorati. Il regime iraniano ha ormai accettato l’isolamento come prezzo da pagare pur di sopravvivere, confidando sul fatto che nessuno sia disposto a fare davvero il passo successivo.
Un regime che ha perso ogni legittimità
La verità è che la Repubblica islamica ha smesso di cercare consenso. Governa esclusivamente attraverso la paura, la violenza e la punizione esemplare. È il segno più evidente di un potere che sa di aver perso la battaglia culturale e generazionale e che tenta di compensare con la repressione ciò che non riesce più a ottenere con l’ideologia.
Quando uno Stato impicca i suoi giovani per aver chiesto libertà, non è più un sistema politico, ma una macchina di morte. E la storia insegna che i regimi che arrivano a questo punto possono resistere ancora per un po’, ma difficilmente sopravvivono nel lungo periodo.
Nel frattempo, però, il prezzo lo pagano i cittadini iraniani. E ogni silenzio, ogni rinvio, ogni prudenza internazionale pesa come una corresponsabilità morale. Perché oggi in Iran non è in gioco solo la natura di un regime, ma la vita stessa di una generazione.





