Ieri, 25 Marzo 2024, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, organo cardine delle Nazioni Unite, ha approvato una risoluzione immediata e formalmente vincolante che chiede al governo israeliano un “un cessate il fuoco immediato per il mese di Ramadan, rispettato da tutte le parti, che porti a un cessate il fuoco duraturo e sostenibile; chiede inoltre il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi e la garanzia che venga dato loro aiuto medico e umanitario; chiede inoltre che le parti rispettino i loro obblighi di diritto internazionale in relazione a tutte le persone detenute” recita il testo. 14 i voti favorevoli insieme ad un’inedita astensione degli Stati Uniti, producono la prima vera richiesta di un cessate il fuoco sulla striscia di Gaza. Dopo sei mesi di guerra e trattative fallite per i veti imposti dagli stessi U.S.A. Segno che l’equilibrismo dell’amministrazione Biden, in bilico sul precario scacchiere della geo-politica, protende sempre più verso la disapprovazione pubblica di Benjamin Netanyahu, il quale, in risposta, annulla la missione diplomatica a Washington. Toni poi smorzati dal portavoce statunitense Thomas-Greenfield: «gli Stati Uniti sostengono pienamente alcuni degli obiettivi importanti di questa risoluzione non vincolante». Cosa significa, che la risoluzione è declassata a carta straccia? Una dichiarazione di facciata, un gesto simbolico? Non proprio, l’inedita posizione assunta da quello che rimane il più convinto sostenitore di Israele aumenta le probabilità di un cambio di passo. Resta di fatto che nonostante le pressioni operate della comunità internazionale Israele si dice deciso ad un invasione di terra del valico di Rafah, prospettiva ripudiata dagli alleati americani per le imponderabili conseguenze umanitarie sulla popolazione palestinese, quivi rifugiata dall’inizio della guerra.

Passa la risoluzione ONU sul cessate il fuoco a Gaza, ostile la risposta di Israele
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