Le proteste in Iran hanno raggiunto un livello drammatico, con migliaia di vittime in tutto il Paese e una repressione durissima da parte delle forze di sicurezza. Il regime ha risposto con arresti di massa, uso sistematico della violenza e un blackout totale di Internet, isolando di fatto la popolazione dal resto del mondo. Le manifestazioni, iniziate il 28 dicembre 2025, non sono un episodio isolato, ma il punto di rottura di una crisi che da anni soffoca l’Iran sul piano politico, economico e sociale. Alla base della rivolta c’è un intreccio esplosivo: il potere assoluto della Guida Suprema, il crollo economico aggravato dalle sanzioni internazionali ripristinate dall’ONU, la crescente dipendenza dalla Cina e le conseguenze della cosiddetta “guerra dei 12 giorni” contro Israele dello scorso giugno. Un mix che ha trasformato il malcontento in una sollevazione nazionale.
Un Paese isolato e sotto assedio
In questo contesto, negli Stati Uniti si discute apertamente di un possibile sostegno ai manifestanti iraniani. Donald Trump ha lasciato intendere di valutare opzioni di pressione sul regime, anche se al momento il rischio di un intervento militare diretto appare contenuto. Washington osserva, prende tempo e misura i costi di un’azione che avrebbe conseguenze regionali e globali. Nel frattempo, l’Iran è sempre più isolato. Le immagini che filtrano, poche e frammentarie, raccontano di città paralizzate, scioperi spontanei, scontri continui e slogan apertamente ostili alla leadership religiosa. È una sfida frontale al sistema di potere costruito negli ultimi quarant’anni.
Come funziona davvero il potere in Iran
Formalmente, l’Iran è una repubblica dotata di un Presidente e di un Parlamento eletto. Nella realtà, però, il potere è concentrato nelle mani della Guida Suprema, figura religiosa non eletta che ha l’ultima parola su ogni dossier strategico: difesa, politica estera, programma nucleare e persino sull’ammissibilità dei candidati alle elezioni. Oggi il Presidente è Masoud Pezeshkian, ma il suo ruolo è limitato. Il vero decisore resta l’ayatollah Ali Khamenei, che controlla direttamente o indirettamente le forze armate, i servizi di sicurezza, la magistratura e i principali organi di informazione. Un sistema pensato per neutralizzare ogni forma di opposizione reale, anche quando mascherata da partecipazione democratica.
Dalla rivoluzione islamica alla teocrazia repressiva
Il regime degli ayatollah nasce nel 1979, con la Rivoluzione Islamica che rovescia la monarchia dello Scià Mohammad Reza Pahlavi. Un regime, quello monarchico, alleato dell’Occidente e degli Stati Uniti, ma a sua volta autoritario e responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. La caduta dello Scià apre la strada a una teocrazia dichiaratamente antiamericana, fondata sull’interpretazione religiosa del potere. Vengono introdotti l’obbligo del velo per le donne, la Polizia Morale, un sistema capillare di censura e una repressione strutturata del dissenso. Dopo la morte di Khomeini nel 1989, la guida del Paese passa a Khamenei, che da allora governa senza reali contrappesi.
Economia al collasso: inflazione e moneta senza valore
La miccia che ha fatto esplodere le proteste è economica. Dopo una crisi iniziata durante la pandemia, nel 2025 la situazione è precipitata. L’inflazione ha superato il 40%, mentre il rial, la moneta nazionale, ha subito una svalutazione verticale. Oggi un dollaro vale oltre un milione di rial, rendendo beni essenziali e importazioni fuori dalla portata della maggioranza della popolazione.
Il potere d’acquisto è crollato, il commercio interno è in ginocchio e la povertà si è diffusa anche tra settori della classe media un tempo relativamente protetti. È in questo contesto che la rabbia sociale ha trovato una forma organizzata.
Lo snapback dell’ONU e l’abbraccio soffocante con la Cina
Per comprendere l’origine del tracollo bisogna tornare al giugno scorso, quando i bombardamenti statunitensi contro i siti del programma nucleare iraniano hanno innescato una nuova escalation. In risposta, Teheran ha interrotto i rapporti con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, provocando il ripristino automatico delle sanzioni ONU sospese nel 2015.
Il cosiddetto snapback, votato da Gran Bretagna, Francia e Germania in seno al Consiglio di Sicurezza, è entrato ufficialmente in vigore il 28 settembre 2025. Le conseguenze sono state devastanti. Tagliato fuori dai mercati internazionali, l’Iran si è legato a doppio filo alla Cina, cedendo petrolio a prezzi stracciati o in cambio di tecnologia. Pechino assorbe oggi circa il 90% della produzione petrolifera iraniana, diventando di fatto il polmone economico del Paese. Una relazione che molti analisti definiscono neo-coloniale, in cui Teheran perde autonomia pur di sopravvivere.
La rivolta nazionale e il ritorno del nome Pahlavi
Il 28 dicembre 2025 segna il punto di non ritorno. Con salari inutilizzabili, scaffali vuoti e prospettive azzerate, le proteste esplodono in tutte e 31 le province iraniane. Per la prima volta da anni, la contestazione assume una dimensione realmente nazionale. Nelle piazze si sente un coro che rompe un tabù storico: “Pahlavi sta tornando”. Il richiamo alla monarchia non è nostalgia, ma il segnale di un rifiuto totale del sistema attuale.
La posta in gioco per gli Stati Uniti
Per Washington, la caduta di Khamenei avrebbe un valore che va oltre i diritti umani. Rovesciare il regime significherebbe interrompere i flussi di petrolio verso la Cina, colpendo Pechino nel suo punto più sensibile: la sicurezza energetica. È qui che la crisi iraniana diventa una partita geopolitica globale. Non solo una rivolta interna, ma uno snodo decisivo nello scontro tra grandi potenze. E mentre le piazze iraniane bruciano, il mondo osserva, consapevole che l’esito di questa crisi potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’intera regione.




