Ore 8.50. Jacques e Jessica Moretti si presentano all’ingresso della facoltà di ingegneria dove, in una sala conferenze, sono in programma gli interrogatori nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di Capodanno a Crans-Montana. I due coniugi, proprietari del discobar «Le Constellation», teatro del rogo che ha causato vittime e feriti, arrivano accompagnati dai rispettivi legali. La loro presenza era attesa. Così come era attesa la contestazione dei familiari delle persone morte nell’incendio.
Sul posto, fin dalle prime ore del mattino, si radunano parenti e amici delle vittime. La tensione è palpabile, quasi fisica. Quando i Moretti compaiono nei pressi dell’edificio universitario, la protesta si trasforma in un confronto diretto.
La contestazione che degenera
I cronisti li avvistano a distanza. I due entrano inizialmente da un accesso secondario, probabilmente per evitare il contatto con la folla. Ma poco dopo riemergono, diretti verso l’ingresso principale, quello davanti al quale si è concentrato il presidio dei familiari.
È in quel momento che la situazione precipita. Gli insulti si moltiplicano. Le voci si sovrappongono. Qualcuno spinge, altri si avvicinano fino a sfiorarli. La contestazione supera il limite della protesta verbale e sfiora l’aggressione fisica. Gli avvocati tentano di fare scudo, visibilmente spiazzati dall’intensità della reazione. Anche tra le parti civili si leggono volti tesi, segnati dalla rabbia e dal dolore. Jessica Moretti, che deve essere interrogata, viene spintonata più volte. Le urla coprono ogni altro suono. Tra gli epiteti rivolti alla coppia, il meno pesante è «mafiosi». La scena è concitata, difficile da controllare. La presenza delle forze dell’ordine, in quel frangente, appare insufficiente rispetto alla portata della protesta, pur annunciata nei giorni precedenti.
Le urla, il dolore, le accuse
Nel caos si distinguono frasi gridate con la voce rotta. «Avete ucciso mio figlio!», urla una donna. È la madre di Taylan, una delle vittime del rogo. Le sue parole squarciano l’aria più degli insulti. Jessica, visibilmente scossa, scoppia in lacrime. Ripete più volte: «Desolata per questo, desolata per questo». La madre la incalza: «Ma è tutto quello che sai dire?». Poi rilancia l’accusa: «Siete la mafia, avete pagato 200 mila franchi ed è finita!». Jacques Moretti prova a replicare: «No, non c’è mafia, sono un lavoratore». Ma le sue parole si perdono tra le urla. La donna continua, disperata: «Dov’è mio figlio? Come dormite? Come mangiate? Come respirate? Mio figlio dov’è?».
A un certo punto Jacques riesce a gridare, quasi sovrastando il frastuono: «Mi assumerò le mie responsabilità». E ancora: «Mi dispiace, mi dispiace. Ci prenderemo le nostre responsabilità, siamo qui per la giustizia». Parole che non placano la rabbia. Non possono farlo.
Un centinaio di persone sul marciapiede
Sul marciapiede si contano circa un centinaio di persone. Tutti, in modi diversi, circondano i Moretti. La coppia avanza lentamente, metro dopo metro, lungo un tragitto che dura pochi minuti ma sembra infinito. Ogni passo è accompagnato da nuove accuse, nuove urla, nuove spinte. I due imprenditori sono formalmente sotto accusa per omicidio colposo, lesioni e incendio colposo. L’inchiesta dovrà chiarire eventuali responsabilità nella gestione del locale e nelle misure di sicurezza la notte della tragedia. Ma fuori dall’aula, per i familiari, la responsabilità è già evidente e ha un volto preciso.
La scena restituisce tutta la distanza tra il tempo della giustizia e il tempo del dolore. Il primo è fatto di atti, interrogatori, perizie. Il secondo è immediato, bruciante, inconsolabile.
L’ingresso nell’edificio
Dopo momenti di forte tensione, i Moretti riescono infine a varcare la soglia della facoltà, in qualche modo “scortati” dai loro avvocati. La porta si chiude alle loro spalle. All’esterno restano le grida, le lacrime, la rabbia. All’interno, comincia un’altra fase: quella degli interrogatori, delle domande, delle ricostruzioni tecniche. Un passaggio cruciale per accertare fatti e responsabilità.
Fuori, però, resta l’immagine di una mattina segnata da uno scontro frontale tra chi chiede giustizia e chi dovrà rispondere delle proprie scelte. Una scena dura, emotivamente devastante, che fotografa la frattura aperta da una tragedia che ha lasciato ferite profonde e ancora sanguinanti.





