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Italia nel Mar Rosso, cos’è la missione Aspides: rischi reali e possibili scenari

Qualche settimana fa il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani a Bruxelles ha detto: “L’Italia è in prima linea per proteggere gli interessi mercantili e la libera navigazione nel Mar Rosso, è un importante passo verso la difesa comune europea”. E le acque del Mar Rosso continuano ad essere “calde”. Quattro giorno fa è arrivata l’autorizzazione di Montecitorio e di Palazzo Madama all’operazione che ha mandato strettamente difensivo e con compiti di sorveglianza a protezione dei mercantili dei Paesi dell’Unione europea. La base operativa sarà sul Caio Duilio, il cacciatorpediniere della Marina che nei giorni scorsi ha intercettato e abbattuto un drone degli Houthi. “L’attacco conferma la gravità della minaccia terroristica del gruppo yemenita”, ha detto il vicepremier Tajani. In merito all’operazione Aspides nel Mar Rosso è intervenuto oggi l’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, professore di studi strategici e presidente di Mediterranean Insecurity. L’esperto ha illustrato a «Il Messaggero» la situazione attuale e i possibili scenari futuri. (continua a leggere dopo le foto)

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Italia nel Mar Rosso, cos’è la missione Aspides: perché è rischiosa

Per rassicurare tutti il ministro degli Esteri Tajani aveva detto: “Le attività esecutive potranno essere svolte solo nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, a sud della latitudine di Mascate. Dovrà in ogni caso trattarsi di risposte necessarie e proporzionate, e comunque sempre in mare o nello spazio aereo. In nessun caso Aspides potrà essere coinvolta in operazioni sulla terraferma”. Per l’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte la missione Aspides, che vede impiegate quattro fregate di Italia, Francia, Germania e Grecia è delicatissima. Il rischio per il nostro Paese è alto: “L’Europa è composta da 27 Paesi e per ora solo alcuni hanno aderito alla missione. Se la crisi dovesse acutizzarsi, per il trattato di Lisbona, anche gli altri Paesi dovranno collaborare e penso, innanzitutto, alla Spagna. Anche i 4 Paesi che già hanno mandato le navi nel Mar Rosso potrebbero essere costretti a mandarne altre se la situazione evolve negativamente”, ha detto il presidente di Mediterranean Insecurity.

Italia nel Mar Rosso: per l’ammiraglio Sanfelice di Monteforte c’è solo una via d’uscita

La missione Aspides avrà un mandato prettamente difensivo, come dicevamo, con l’obiettivo di scortare le navi mercantili che attraversano il Golfo Persico, il Golfo di Oman, il Golfo di Aden e il Mar Rosso, e abbattere possibili missili o droni che gli Houthi potrebbero lanciare contro loro. Nel concreto qual è lo sforzo militare dell’Italia nel Mar Rosso? «Questo tipo di missioni durano anni. Basti pensare che una analoga missione nello stretto di Hormuz è giunta al suo terzo anno. Durerà finché l’Iran non si siederà al tavolo delle trattative». Ed è quella di Aspides particolarmente pericolosa: lo scorso 5 marzo è stato abbattuto un missile che si stava dirigendo verso Nave Caio Duilio; recentemente gli Houthi hanno colpito una portacontainer battente bandiera liberiana e poi l’attacco missilistico alla True Confidence di un armatore greco in cui sono rimasti uccisi dei marinai. «Non è una missione di pace. Nasce per assicurare la protezione di navi mercantili in transito nel Mar Rosso. Il rischio è elevato. Certo le navi da guerra riescono a resistere all’attacco di uno o due droni ma comunque non si possono escludere conseguenze più gravi come abbiamo visto è già accaduto con la morte ed il ferimento di alcuni uomini», ha spiegato sempre l’ammiraglio San Felice di Monteforte.

Le ricadute sulla nostra economia e i possibili scenari

Ci saranno delle ricadute anche sulla nostra economia: «Potrebbe incidere anche molto. (…). Probabilmente avremo la capacità di compensare con i porti del Tirreno in quanto le navi che circumnavigano l’Africa poi entrano nel Mediterraneo. Di sicuro però con la rotta del Capo i porti del Nord Europa come Rotterdam nei Paesi Bassi, i porti francesi sulla costa atlantica, Ostenda in Belgio e Amburgo in Germania diventano competitivi», ha chiarito l’esperto. Quale potrebbe essere una via d’uscita? Una sola, per l’ammiraglio, la trattativa con l’Iran. «Occorre spingerlo a sedersi al tavolo delle trattative. E per fare questo si possono usare forme di guerra ibrida come la guerra cibernetica e la propaganda nei confronti delle donne per esempio. In passato sono state già danneggiate tramite un attacco informatico le centrifughe dedicata all’arricchimento dell’uranio in Iran. Potrebbe essere però un percorso che durerà anni», ha concluso il professore a «Il Messaggero».

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