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Iran, il dissidente Rashidi: “Livello di violenza oggi altissimo”

L’umore di Amir Rashidi è cupo, segnato dalle immagini che arrivano da Teheran e dal sangue che scorre nelle strade. Ma dieci anni di esilio e opposizione lo hanno abituato a non cedere allo sconforto. Nell’intervista rilasciata a Repubblica, l’esperto di cybersicurezza, tra i più noti a livello internazionale, spiega che oggi «serve uno sciopero generale, ed è quello su cui si sta lavorando», indicando quella che considera l’unica via per evitare un’escalation ancora più drammatica. Costretto a lasciare l’Iran dopo l’Onda verde del 2009, Rashidi militava in Advar Tahkim Vahdat, il movimento riformista nato dall’attivismo studentesco che tentò di portare la democrazia attraverso gli strumenti della legge. Oggi la sua battaglia passa da un fronte diverso ma decisivo: garantire agli iraniani l’accesso a Internet, «di cui hanno bisogno più del pane».

Come il regime ha isolato il Paese dal mondo

Secondo Rashidi, la chiusura digitale dell’Iran non è improvvisata. Racconta a Repubblica che «dopo le grandi proteste del 2009 hanno cominciato a lavorare alla costruzione di una rete locale, una grande intranet con solo due porte di ingresso e uscita». Un sistema ancora più rigido di quello cinese, gestito da due aziende controllate dal governo, Duran e Yaftar, che consentono al regime di spegnere la rete senza possibilità di aggirare il blocco. In passato, spiega, esistevano margini tecnici per creare collegamenti alternativi: «I data center restavano connessi a Internet e riuscivamo a costruire tunnel». Oggi non più. «Ora l’unico modo per aggirare il blocco è Starlink», sottolinea.

Starlink e il nodo della connettività

La diffusione del sistema satellitare è però limitata. Rashidi stima che «nel migliore dei casi ci siano 50mila terminali Starlink in Iran», ma avverte che non è chiaro quanti siano effettivamente operativi. Molti sarebbero stati sequestrati dai pasdaran, che tentano anche di interferire con i segnali usando strumenti di guerra elettronica. Da qui l’appello diretto: se Elon Musk rendesse Starlink accessibile gratuitamente nel Paese, «sarebbe prezioso ora».

Perché questa protesta è diversa dalle precedenti

Rashidi ha vissuto in prima persona l’Onda verde, ha seguito le rivolte del 2019 e del 2022. Eppure, dice a Repubblica, oggi è diverso. «Abbiamo provato ogni forma di attivismo civico: elezioni, riforme, dialogo con il parlamento, boicottaggi. Non ha funzionato». A suo avviso, Ali Khamenei ha chiuso ogni canale pacifico, imponendo guerre regionali e distruggendo l’economia con un programma nucleare che «ha portato solo sanzioni».

La violenza e la ricerca di una “terza via”

Il livello di repressione, racconta, non è mai stato così alto. Cita l’esempio di Loshan, una piccola città del nord dell’Iran: «La gente ne aveva preso il controllo, poi le forze di sicurezza hanno portato le mitragliatrici in strada e hanno iniziato a sparare». Restare in piazza rischia la guerra civile, tornare a casa apre la strada ad arresti ed esecuzioni. «Ci serve una terza via: uno sciopero nazionale, generale e prolungato», ha chiarito.

Scioperi, leadership e timori per il futuro

Secondo Rashidi, alcuni segnali esistono: autotrasportatori e negozianti hanno già incrociato le braccia. Ricorda che nel 1979 lo sciopero dell’industria petrolifera fu decisivo contro lo scià. «Queste azioni spezzano la schiena al governo», dice, aggiungendo che nel giro di poche ore i prezzi sono raddoppiati. Sul ruolo di Reza Pahlavi, Rashidi è netto: «Che ci piaccia o no, questa rivoluzione ha un leader». Non lo sostiene politicamente, ma riconosce che sta cercando di guidare il movimento. Il vero obiettivo, conclude, resta «un referendum e un’assemblea costituente», anche se oggi una transizione pacifica appare lontana. E l’idea di un intervento esterno lo preoccupa: «Nessun intervento umanitario nella storia si è mai concluso con la nascita di una democrazia».