L’idea non è un colpo di mano né un’operazione di palazzo. È una proposta politica messa nero su bianco, con l’obiettivo dichiarato di evitare che il Rapporto Draghi sulla competitività europea resti lettera morta. A rilanciarla è l’eurodeputato di Renew Europe Sandro Gozi, che insieme al collega francese Pascal Canfin ha suggerito di affidare a Mario Draghi un incarico speciale per accelerare l’attuazione delle sue stesse raccomandazioni. Gozi lo chiarisce senza ambiguità: non si tratta di manovre dietro le quinte, ma di una proposta pubblica per dare slancio a un’agenda che, a suo giudizio, procede troppo lentamente. L’obiettivo è duplice: rafforzare l’Unione sul piano economico e industriale e superare i blocchi decisionali che frenano l’integrazione.
Un’accelerazione necessaria
Secondo l’eurodeputato, l’attuazione del piano Draghi è ancora ferma a una quota limitata delle misure previste. Si parla di un 10-15% delle proposte realmente messe in pratica. Troppo poco, sostiene, in una fase in cui l’Europa deve reagire rapidamente a crisi geopolitiche, pressioni economiche e concorrenza globale. Per Gozi, serve una regia politica forte e riconoscibile. Affidare a Draghi un ruolo operativo significherebbe concentrare responsabilità e impulso in una figura che gode di autorevolezza trasversale, tanto nelle capitali quanto nelle istituzioni europee. Un incarico mirato, con il compito di coordinare il lavoro tra Consiglio europeo, governi nazionali, Parlamento e Commissione guidata da Ursula von der Leyen. L’idea è semplice: se il tempo è poco e l’urgenza finalmente è condivisa, occorre uno strumento straordinario per tradurre le parole in atti concreti.

Riformare la governance, superare i veti
Il nodo non è soltanto economico. Per Gozi il Rapporto Draghi implica anche una revisione del funzionamento dell’Unione. L’eurodeputato ricorda che il Parlamento europeo ha già approvato un documento che punta a superare l’unanimità in diversi ambiti, sostituendola con la maggioranza qualificata. Il problema dei veti resta centrale. Se alcuni Stati bloccano dossier strategici — come l’unione dei capitali o il cosiddetto “ventottesimo regime” per le piccole e medie imprese — esiste uno strumento previsto dai trattati: le cooperazioni rafforzate. Almeno nove Paesi possono decidere di avanzare insieme senza attendere l’accordo di tutti.
Fino a poco tempo fa, osserva Gozi, questa soluzione era considerata quasi un tabù. Oggi viene evocata apertamente anche dalla Commissione. Segno che il clima è cambiato e che il senso dell’urgenza è diventato più concreto. In questo contesto, un incarico speciale a Draghi non sarebbe un’ammissione di debolezza delle istituzioni, ma un modo per rafforzarle, liberandole da inerzie e paralisi.
Un ruolo interno, non parallelo
A chi obietta che una simile nomina rischierebbe di frammentare ulteriormente l’architettura europea, Gozi risponde che si tratterebbe di un ruolo interno, ad alto profilo istituzionale, non di un’autorità esterna o alternativa. Draghi, per esperienza e prestigio, potrebbe fungere da catalizzatore tra le tre principali istituzioni dell’Unione. Non un commissario aggiuntivo, ma un coordinatore politico con il mandato specifico di trasformare il rapporto sulla competitività in un’agenda operativa.
La crisi artica e il risveglio europeo
Secondo Gozi, anche le tensioni legate alla Groenlandia e all’Artico hanno contribuito a un cambio di passo. Paesi tradizionalmente prudenti sull’integrazione, come Danimarca e Svezia, si sono trovati improvvisamente a fare i conti con nuove vulnerabilità strategiche. Il fatto che un membro della Nato possa minacciare un altro alleato ha rappresentato uno shock politico. Un campanello d’allarme che ha reso più urgente la costruzione di un’autonomia strategica europea, una politica industriale comune e una maggiore sovranità economica. Ma l’emozione non basta. Serve tradurre questa consapevolezza in decisioni operative, finanziarie e legislative.

Il sostegno del Parlamento e il nodo del Consiglio
Gozi si dice convinto che nel Parlamento europeo esista una maggioranza favorevole a un ruolo più operativo per Draghi. Il lavoro svolto dall’ex presidente della Bce è considerato, in larga parte dell’emiciclo, un punto di riferimento per rilanciare la competitività del continente.
La partita decisiva, però, si gioca nel Consiglio europeo. Dopo il vertice informale di Alden Biesen, ora si attende il passaggio formale di fine marzo a Bruxelles. Sarà lì che i leader dovranno trasformare gli impegni politici in scelte concrete. L’Europa, conclude Gozi, non può permettersi di procedere “a spizzichi e bocconi”. Se davvero si vuole dare seguito all’agenda Draghi, serve un salto di qualità. E, forse, una guida dedicata per evitare che l’urgenza si dissolva in compromessi al ribasso.





