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Deliveroo Italy sotto controllo giudiziario: l’accusa è sfruttamento dei rider

Un nuovo fronte giudiziario si apre per una delle grandi piattaforme del delivery. Il pubblico ministero di Milano Paolo Storari ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per caporalato nei confronti di Deliveroo Italy srl. L’ipotesi è pesante: utilizzo di manodopera in condizioni di sfruttamento, con approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori.

La misura arriva a poche settimane da un provvedimento analogo richiesto dalla Procura milanese per Foodinho-Glovo, che coinvolgeva circa 40mila rider. Ora nel mirino finisce Deliveroo, con numeri altrettanto significativi.

Le accuse della Procura: compensi sotto la soglia di povertà

Nel provvedimento, che richiama circa cinquanta testimonianze raccolte dagli investigatori, si parla di retribuzioni che, in alcuni casi, sarebbero risultate inferiori fino al 90% rispetto alla soglia di povertà e ai parametri della contrattazione collettiva. Secondo quanto ricostruito, i rider coinvolti sarebbero circa 3.000 nell’area milanese e 20.000 su scala nazionale. La Procura contesta che le somme riconosciute non sarebbero «proporzionate alla qualità e alla quantità del lavoro svolto» e non garantirebbero, come previsto dall’articolo 36 della Costituzione, una retribuzione tale da assicurare un’esistenza libera e dignitosa. Nel provvedimento si evidenzia inoltre uno scostamento significativo rispetto ai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

Il racconto dei rider: consegne a pochi euro

Dalle dichiarazioni raccolte emerge un quadro definito dagli inquirenti “omogeneo”. L’attività non si configurerebbe come un servizio organizzato in autonomia dal lavoratore, ma come una serie di consegne rigidamente gestite dalla piattaforma digitale. Un rider ha raccontato di lavorare fino a nove ore al giorno, con compensi variabili tra 3 e 5 euro a consegna, determinati dall’algoritmo dell’applicazione in base ai chilometri percorsi. C’è chi ha dichiarato di coprire 50 chilometri al giorno, chi addirittura 150 chilometri, con una media di circa dieci consegne quotidiane. Ogni spostamento, secondo le testimonianze, sarebbe tracciato tramite sistema Gps.

La retribuzione mensile che emerge dai racconti oscillerebbe tra 500 e 700 euro, a fronte di turni intensi e tempi di lavoro prolungati. Un altro lavoratore ha parlato di 10-15 consegne giornaliere per un compenso medio di circa 4 euro a consegna. Un terzo ha indicato una tariffa di 3,75 euro per ciascun ordine, mentre un altro ancora ha spiegato che l’app stabilirebbe un importo di circa 3,77 euro entro i tre chilometri, che salirebbe a 4,50 euro oltre i cinque chilometri.

Il nodo della piattaforma digitale

Uno degli aspetti centrali dell’indagine riguarda proprio il ruolo dell’algoritmo. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’organizzazione del lavoro sarebbe integralmente incardinata nella piattaforma: assegnazione delle consegne, determinazione dei compensi, monitoraggio degli spostamenti.

Un sistema che, sempre secondo la Procura, ridurrebbe significativamente l’autonomia del rider, trasformando quello che formalmente è un lavoro autonomo in un’attività fortemente eterodiretta.

Un nuovo capitolo nella battaglia sul lavoro digitale

Il provvedimento di controllo giudiziario non equivale a una condanna, ma rappresenta una misura preventiva finalizzata a verificare e correggere eventuali irregolarità nella gestione del lavoro. L’iniziativa della Procura di Milano si inserisce in un filone ormai consolidato di indagini sul lavoro nelle piattaforme digitali, che negli ultimi anni hanno acceso i riflettori sulle condizioni economiche e contrattuali dei rider. Il tema resta centrale: flessibilità e innovazione contro diritti e tutele. La magistratura prova a tracciare un confine, mentre il modello del delivery continua a crescere e a ridefinire il mercato del lavoro urbano. Ora la palla passa agli accertamenti e alle eventuali contromisure della società. Ma il messaggio è chiaro: il far west delle consegne a domicilio, almeno per la Procura milanese, non può più essere tollerato.