Per il bimbo dal cuore bruciato, due anni e tre mesi, si profila l’ipotesi più dolorosa: l’interruzione delle terapie. Dopo il parere del team di specialisti convocato dall’Azienda dei Colli, che ha escluso la possibilità di un nuovo trapianto, il piccolo resta in vita grazie all’Ecmo, il macchinario che sostituisce temporaneamente cuore e polmoni. Ma l’Ecmo non è una soluzione definitiva. È un ponte, non una cura. E quel ponte, dopo 55 giorni di supporto continuo, sta diventando esso stesso fonte di complicazioni. Il dispositivo può generare uno stato infiammatorio persistente e compromettere progressivamente gli organi. Oggi il bambino presenta insufficienze a fegato, reni e polmoni, oltre a un’emorragia cerebrale e a una grave infezione.
In assenza di alternative terapeutiche, la questione si sposta inevitabilmente sul piano etico e clinico: quando un trattamento diventa accanimento?
La procedura per evitare l’accanimento
Se le condizioni continueranno a peggiorare, potrebbe rendersi necessario valutare la sospensione del supporto vitale. In questi casi la decisione è collegiale: coinvolge medici, infermieri, bioeticisti, psicologi e la famiglia. L’obiettivo non è “staccare una macchina”, ma stabilire se il trattamento abbia ancora un beneficio reale per il paziente. Quando l’assistenza viene considerata futile, si può ricorrere alla narcosedazione compassionevole, accompagnando il bambino nel fine vita senza sofferenza. Non si tratta di abbandono. Al contrario: è una presa in carico diversa, centrata sulla dignità.
Il trasporto del cuore e il “blocco di ghiaccio”
Intanto l’inchiesta della Procura di Napoli prosegue e dagli atti emergono dettagli cruciali sul trasporto dell’organo prelevato a Bolzano. Nel verbale si legge che, all’apertura del contenitore termico, risultava impossibile estrarre il secchiello con il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio. Un’anomalia evidente. Secondo la ricostruzione interna, durante la fase di conservazione sarebbe stato utilizzato ghiaccio secco invece del normale ghiaccio d’acqua. Una differenza sostanziale: il ghiaccio secco può raggiungere temperature di -80 gradi, mentre un cuore destinato al trapianto deve essere mantenuto intorno ai 4 gradi. Il Monaldi dispone dal 2023 del sistema Paragonix, contenitore con controllo della temperatura. Secondo gli audit interni, ne erano disponibili più unità, ma l’équipe avrebbe dichiarato di non esserne a conoscenza al momento del prelievo. Un errore nella conservazione che avrebbe compromesso irreversibilmente il muscolo cardiaco.
L’errore in sala operatoria
Altro nodo centrale è la decisione di rimuovere il cuore del piccolo ricevente prima di avere piena certezza sulle condizioni dell’organo donato. Il primario avrebbe chiesto conferma dell’avvio della procedura di cardioplegia, dichiarando di aver percepito un assenso verbale. Tuttavia, nessuno degli operatori presenti in sala ha riferito di aver pronunciato quel “sì”. Solo dopo la cardiectomia e l’apertura del contenitore sarebbe emerso il sospetto di un grave danno da congelamento. In assenza di alternative immediate, si è comunque deciso di procedere all’impianto, mentre veniva inoltrata richiesta urgente per un nuovo organo. Tre ore dopo, il ricorso all’Ecmo.
Il parere del bioeticista Furlan
Il bioeticista Enrico Furlan, docente all’Università di Padova, richiama due principi fondamentali: beneficenza e giustizia. Nel rispetto dell’eguale dignità delle persone, spiega, bisogna garantire pari opportunità di cura a pazienti con pari bisogni di salute. Le liste d’attesa per i trapianti rispondono proprio a criteri di equità. Procedere a un trapianto clinicamente inappropriato significherebbe non solo venir meno al principio di beneficenza, ma anche sprecare una risorsa che potrebbe salvare un altro bambino. Se il trapianto non è più possibile, allora “siamo moralmente chiamati a fermarci”. Questo non equivale ad abbandonare: significa offrire cure palliative e accompagnare il bambino e la famiglia fino alla fine. Ogni trattamento medico, sottolinea Furlan, ha senso finché è complessivamente benefico per la persona. Macchinari complessi come l’Ecmo sono un ponte per superare una crisi. Se il trapianto non è più un’opzione, quel ponte non conduce più a una soluzione e deve lasciare spazio all’accompagnamento palliativo.
Ora la medicina si intreccia con l’etica. E la domanda non è più solo clinica, ma profondamente umana: quando continuare a curare e quando, invece, fermarsi per garantire una fine degna.





