Il petrolio è tornato al centro della geopolitica mondiale. Guerre, sanzioni, tensioni in Medio Oriente: ancora una volta l’oro nero appare come la materia prima attorno a cui ruotano economia e conflitti internazionali. Mezzo secolo fa, però, qualcuno aveva già intuito che il petrolio non era soltanto una risorsa energetica, ma una chiave per leggere il potere contemporaneo. Quel qualcuno era Pier Paolo Pasolini. Il libro in cui tentò di raccontarlo si intitolaPetrolio. Ed è rimasto incompiuto.
Quando Pasolini muore nel novembre 1975 lascia un dattiloscritto imponente ma frammentario: oltre cinquecento pagine di appunti e schemi narrativi. Non un romanzo nel senso tradizionale, ma un laboratorio di scrittura in cui l’autore sembra voler smontare e ricostruire la forma stessa del romanzo. Pasolini lo immaginava come una raccolta di materiali assemblati da un ipotetico editore: in un’intervista del 1975 parlava del libro come di una«summa»delle proprie esperienze e delle proprie memorie.
L’idea nasce quasi per caso. Lo raccontò lo stesso Pasolini ricordando un episodio del 1972:«Mi sono caduti per caso gli occhi sulla parola “Petrolio” in un articolo letto, credo dell’“Unità”, e solo per aver pensato la parola “Petrolio” come il titolo di un libro mi ha spinto poi a pensare alla trama di tale libro. In nemmeno un’ora questa “traccia” era pensata e scritta».
Il testo verrà pubblicato solo nel 1992, in un’edizione curata da Walter Siti e Maria Careri. Ma la storia editoriale di Petrolio passa anche da una figura centrale della cultura italiana: il filologo romanzo Aurelio Roncaglia, cui dopo la morte di Pasolini venne affidato il dattiloscritto per valutarne la complessa stratificazione.È questa la cifra dell’opera.Petrolionon è un racconto lineare, ma una costellazione di episodi, visioni e appunti teorici.
Al centro c’è Carlo, ingegnere legato al mondo dell’industria petrolifera, che nel corso del romanzo si sdoppia in due figure opposte: Carlo Polis, uomo del potere e dell’ordine sociale, e Carlo Tetis, incarnazione del desiderio e della trasgressione. Una scissione simbolica che riflette la schizofrenia della società italiana negli anni delboomeconomico.Non a caso il titolo rimanda direttamente all’universo dell’energia e al sistema dell’ENI, evocando la figura di Enrico Mattei e le zone d’ombra della sua morte nel 1962. MaPetrolionon è un’inchiesta romanzata: è piuttosto una gigantesca allegoria del potere moderno, della sua attrazione e delle sue perversioni.
Nella Nota del 1973 Pasolini immaginava, infatti, Petroliocome una sorta di modernoSatyricon, richiamandosi al romanzo frammentario di Petronio. Come l’opera antica, anchePetroliodoveva presentarsi come un testo incompleto, fatto di episodi, inserti e materiali eterogenei. Un’opera volutamente discontinua, in cui la narrazione devia, si interrompe e si apre a visioni allegoriche o a riflessioni teoriche.Per questo il libro ha generato interpretazioni spesso opposte. C’è chi lo ha letto come un romanzo politico sull’Italia degli anni Settanta, chi come un percorso iniziatico, chi come un esperimento letterario radicale. In realtà, tutte queste letture colgono solo una parte dell’imponente progetto pasoliniano.
L’aspetto forse più sorprendente diPetrolioè, infatti, il lavoro sulla forma. Pier Paolo Pasolini tenta di scrivere un’opera che attraversi tutti i generi: racconto, reportage, sogno, allegoria, pornografia, riflessione teorica.Un testo volutamente incompleto, quasi il taccuino di un autore alle prese con un grande romanzo sul potere. Un’opera che Pasolini non fece in tempo a finire e che continua ancora oggi a interrogare il nostro presente.






