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Ucraina, la storia di Kseniia: la fioraia di Kiev che ora produce droni

Prima c’erano i fiori, le lezioni in classe, le scrivanie d’ufficio. Oggi ci sono circuiti, saldatori e componenti elettronici da assemblare in fretta. La guerra ha cambiato tutto, anche i mestieri e le vite. Kseniia, prima del conflitto in Ucraina, era una fioraia, come racconta «SkyTg24». Amava il suo lavoro, tanto da aver ottenuto anche un riconoscimento internazionale. Ora passa le giornate in un seminterrato alla periferia di Kiev, insieme a un gruppo di altre giovani donne, a costruire droni destinati al fronte.

Una squadra nata dalla guerra

Sono sei, tutte giovanissime, con storie diverse ma un punto in comune: nessuna di loro, prima della guerra, aveva a che fare con la tecnologia militare. C’è chi insegnava, chi lavorava come impiegata, chi aveva una professione completamente diversa. Oggi condividono uno spazio nascosto e una routine fatta di precisione e concentrazione. Accanto a Kseniia ci sono anche i suoi due cani, che porta sempre con sé. Non vuole lasciarli a casa per così tante ore. È un dettaglio che racconta molto: anche nella guerra, restano pezzi di normalità a cui aggrapparsi.

Un laboratorio nascosto (per necessità)

Il luogo in cui lavorano non può essere rivelato. Non è una scelta, ma una necessità. Le piccole officine che producono droni sono infatti obiettivi sensibili per i bombardamenti russi. Per questo motivo, trovare uno spazio sicuro è stato complicato. Per affittare il locale, le ragazze hanno dovuto inventare una copertura: si sono presentate come parrucchiere. Solo così sono riuscite a ottenere un seminterrato dove lavorare senza attirare attenzione. Un laboratorio improvvisato, ma fondamentale.

Dal volontariato all’impegno concreto

All’inizio, come molti altri cittadini ucraini, Kseniia aveva iniziato con attività di volontariato. Aiuti logistici, raccolte di beni, supporto alla popolazione. Poi qualcosa è cambiato. La consapevolezza che serviva un contributo più diretto, più concreto. Da lì è nata l’idea di fare un passo in più: fondare una piccola organizzazione no profit per raccogliere fondi e acquistare componenti per droni FPV, utilizzati sul campo. Oggi il gruppo fornisce dispositivi a diverse unità dell’esercito ucraino. Non in modo continuativo, ma in base alle risorse disponibili: si lavora quando arrivano le donazioni, si produce quello che si può.

Economia di guerra (ma anche di resistenza)

Un altro aspetto importante è la scelta dei materiali. Quando possibile, le ragazze cercano di utilizzare componenti prodotti in Ucraina. Non è solo una questione pratica. È una scelta consapevole: sostenere l’economia nazionale anche nel pieno del conflitto. In un contesto in cui ogni risorsa conta, anche questo diventa un gesto politico oltre che economico.

Una resistenza silenziosa

Quello che accade in quel seminterrato è solo una piccola parte di qualcosa di più grande. La resistenza ucraina non è fatta solo di soldati al fronte o di decisioni diplomatiche. Esiste anche una dimensione meno visibile, ma fondamentale: quella della società civile che si organizza, si adatta e reagisce.

Le iniziative spontanee, come quella di Kseniia e delle altre ragazze, rappresentano una rete diffusa che sostiene il Paese giorno dopo giorno.

La forza delle storie “invisibili”

Dopo anni di guerra, l’attenzione internazionale tende a concentrarsi sulle grandi dinamiche geopolitiche. Ma sono queste storie a raccontare davvero cosa significa resistere. Donne che non imbracciano armi, ma costruiscono strumenti per chi combatte. Che trasformano competenze lontane anni luce dal mondo militare in un contributo concreto. Nel buio di un sotterraneo, tra fili e saldature, prende forma una resistenza diversa. Meno visibile, forse. Ma non meno decisiva.