Press "Enter" to skip to content

“Mario Draghi. La speranza non è una strategia” al “Campania Libri Festival 2025”

Non sono arrivata a Napoli per raccontare gli altri, ma per parlare del mio lavoro, del mio libro. E già questo, per una giornalista, è un fatto di non poco conto. Quando ho varcato il cortile di Palazzo Reale, tra i porticati si muoveva una folla di giovani, ma anche bambini, adolescenti e adulti: segno che nulla è più democratico della lettura. Camminando verso l’area che avrebbe ospitato la presentazione di Mario Draghi. La speranza non è una strategia (Santelli Editore), ho preso coscienza che il Campania Libri Festival non è una fiera come le altre: è un luogo in cui la parola scritta diventa incontro.

“Mario Draghi. La speranza non è una strategia” al Campania Libri Festival

Non sarebbe un azzardo dire che il palazzo che per tre secoli è stato il cuore del potere a Napoli, con la sua mole grigia e rossa affacciata su piazza del Plebiscito, per un weekend si è trasformato in un immenso laboratorio culturale. Dove un tempo risuonavano i passi di sovrani e nobili, si è parlato di libri e responsabilità. Vagando tra un espositore e l’altro, incrociando gli sguardi dei presenti, mi sono tornate in mente parole di Pier Paolo Pasolini, lette ormai tanti anni fa: «Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura…». Niente di più vero.

Un evento che ha restituito alla cultura il suo potere più autentico

La quarta edizione del Campania Libri Festival, diretta da Ruggero Cappuccio e curata da Massimo Adinolfi, ha superato ogni aspettativa. Più di 33mila visitatori hanno riempito le sale di Palazzo Reale e della Biblioteca Nazionale, con oltre 300 eventi, 150 editori e 500 autori in quattro giorni. Un festival interamente finanziato dalla Regione Campania e organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival, presieduta da Alessandro Barbano, che ha confermato il carattere multidisciplinare delle edizioni precedenti e una forte attenzione alle nuove generazioni. Nel rumore del dibattito pubblico, questo evento ha cercato di restituire alla cultura il suo potere più autentico: far pensare.

“Mario Draghi. La speranza non è una strategia” presentato da Silvana Cirillo e Giampiero Gramaglia

A presentare il mio esordio nel mondo dell’editoria, Silvana Cirillo, docente universitaria, giornalista e maestra nel senso più vero del termine. Ha cominciato con un’affermazione che mi ha colpita: «Siamo qui per parlare di un libro che mi sta molto a cuore». Poi ha aggiunto, con quella lucidità affettuosa che le appartiene: «Cristina La Bella è stata una delle mie migliori allieve alla Sapienza, premiata per una delle migliori tesi dell’anno 2017. Oggi è giornalista, ma soprattutto l’autrice di un libro unico su Draghi: complesso, completo, letterario». La professoressa ha detto a proposito del volume che è un testo «che si legge come un romanzo, anche se è al contempo un saggio storico-critico», capace di attraversare cinquant’anni di storia italiana ed europea.

Ha insistito poi sul concetto di coraggio: il coraggio di Draghi, ma anche quello di chi ha provato a raccontarlo senza filtri. «Una delle qualità assolutamente inequivocabili di questo libro è che è scritto da una letterata, non da un’economista. Qui la letterata e la giornalista si fondono», ha spiegato Silvana Cirillo, sottolineando come la presenza di citazioni cinematografiche, artistiche e letterarie, e degli eserghi che aprono ogni capitolo, renda la lettura più fluida e, in qualche modo, più calda. L’ho ascoltata in silenzio, cercando di non farmi travolgere da quel profondo senso di gratitudine che emergeva di parola in parola, di frase in frase. Eh sì, perché, se fosse prevalso, avrebbe rischiato di far sciogliere la mia calma (apparente) e concentrazione.

Come nasce l’idea del libro

Quando è arrivato il mio turno, ho raccontato da dove nasce l’idea di questo libro. Non da un progetto studiato, ma da un caso fortuito. Lavoravo nel 2020 per UrbanPost e un giorno il direttore di allora, Andrea Monaci, mi disse: «Segui la diretta del discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini e scrivi un articolo». Non avevo alcuna intenzione di ascoltarlo: era ora di pranzo e Draghi, di certo, non apparteneva al “mio mondo”. La vita però, come scrive José Saramago ne Il viaggio dell’elefante, se la ride delle previsioni. Quel discorso mi colpì profondamente: parlava di «debito buono e cattivo», ma soprattutto dei giovani e del dovere di offrire loro opportunità. Da allora ho cercato di ricostruire la vita di Draghi, scoprendo lo studente orfano al liceo Massimo dei Gesuiti, l’allievo di Federico Caffè, il giovane padre che al MIT lavorava fino a diciotto ore al giorno per mantenere la famiglia. E ancora il professore universitario, l’economista, il banchiere. Ricerca dopo ricerca, ho capito che dietro il tecnocrate impeccabile c’era un uomo animato da ambizione, disciplina e senso del dovere.

Il senso della solitudine del potere

Dopo di me è intervenuto Giampiero Gramaglia, docente universitario e cronista di lungo corso, che ha definito il testo un esempio di giornalismo documentato con un tocco letterario raro: «Tutti i momenti salienti della vita e della carriera di Draghi ci sono, ma ci sono anche cose che non si trovano nei giornali o nei talk show». Gramaglia ha successivamente riflettuto sulla fase attuale dell’ex premier, quella in cui Draghi è diventato «il grillo parlante dell’Europa: rispettato da tutti, ma non sempre ascoltato». Poi ha aggiunto: «Spero che l’ultimo capitolo del libro non sia quello finale della parabola di Draghi», ma solo una pausa prima di un nuovo ruolo. Le sue riflessioni hanno toccato a seguire un punto profondo del libro: il senso della solitudine del potere. «Cristina è riuscita ad entrare in sintonia con il personaggio, che tende a tenere a distanza gli altri», ha rimarcato il giornalista.

Mario Draghi raccontato a Palazzo Reale

Cos’altro avrei potuto desiderare di più? A volte stento a credere che tutto questo stia succedendo davvero. Forse perché mi sono spesa tanto perché questo libro venisse alla luce. Quando la presentazione è finita, dopo strette di mano e sorrisi, ho pensato che non poteva esserci luogo più adatto di Palazzo Reale. Parlare di Mario Draghi, l’uomo che ha restituito dignità alla parola “responsabilità”, nel simbolo del potere borbonico, mi è sembrato un modo perfetto per chiudere un cerchio. Lasciando Piazza del Plebiscito, mentre mi avviavo verso l’auto, mi sono convinta che forse la cosa più difficile per chi scrive è non smettere di credere nella forza delle parole. E probabilmente è da lì che dovremmo ripartire (tutti). Con convinzione.