Quando era ragazza a Košice, in Slovacchia, negli anni Trenta del Novecento, Edith Eva Eger non era ritenuta brillante nella musica come sua sorella Klara, né una bellezza come sua sorella Magda. Ma era fortemente agile e snodata, tanto che la sua istruttrice pensò di candidarla a partecipare alla squadra olimpica di ginnastica. Purtroppo le cose andarono diversamente: Edith Eva Eger fu espulsa perché ebrea. Assieme ad altri, fu deportata ad Auschwitz, nel 1944. Aveva 16 anni, fu rasata e le fu consegnata un’uniforme da prigioniera. Mentre sua madre veniva avviata al forno crematorio, per lei e Magda il dottor Mengele, scelse la fila di destra, quella di chi sopravviveva, per lavorare per il Reich. Edith Eva Eger ha rilasciato una toccante intervista a «La Repubblica».

Edith Eger ricorda Auschwitz: “Ho ballato all’inferno con Mengele”
«Una sera, durante una ronda nella baracca, il dottor Morte entrò urlando un ordine incomprensibile, perché io non capivo il tedesco. Un’altra prigioniera, anche lei di Košice, mi spinse avanti». Il dottor Mengele aveva una richiesta speciale: voleva vedere piroette e acrobazie di quella “piccola danzatrice”, mentre l’orchestra del lager suonava Sul bel Danubio blu. «Mentre ballavo, mi giunse la voce del mio maestro di danza. Diceva sempre che tutta l’estasi della tua vita deve provenire dall’interno. A lezione non capivo cosa intendesse, ma in quel momento le sue parole mi tornarono in mente. Mengele dovette restare colpito dalla mia esibizione, perché mi lanciò una pagnotta, che io divisi con mia sorella Magda e le compagne», ha raccontato Edith Eva Eger. Una vicenda di cui lei ha scritto nel libro La ballerina di Auschwitz (Corbaccio). Un volume sulla Shoah che vuole «dire la verità su ciò che è accaduto», ma anche un libro destinato alle nuove generazioni.

La sua storia nel libro La ballerina di Auschwitz
Come mai ha deciso alla soglia dei 100 anni di raccontare la sua storia, incluso l’incontro con Mengele? «Arrivai in America senza un soldo, nel 1949 e non parlai a nessuno dei lager. Volevo solo imparare l’inglese, parlarlo senza accento: ero una yankee doodle dandy, un’immigrata che voleva integrarsi. Ma negli ultimi anni ho pensato che dovevo questo racconto ai miei genitori, ai miei nipoti, ai ragazzi di oggi. A ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz, metto ciò che accadde in prospettiva: persi mia madre e mio padre, scoprii che anche le brave persone fanno cose orribili. Orribili. Ma fu lì che fui capace di crescere, di andare oltre il mio io per occuparmi di mia sorella». Edith Eva Eger a proposito della deportazione ha confidato: «La prima volta che davvero scoprii il pregiudizio contro di noi, fu quando fui cacciata dalla squadra di ginnastica. Lì negai di essere ebrea. Dissi alla mia insegnante, guardandola negli occhi, che non era vero. Avevo paura. Quando sono diventata terapeuta, ho voluto aiutare gli altri a fare i conti con le paure, a essere fieri di ciò che sono».

Edith Eva Eger ha scritto un libro per le nuove generazioni
Nella sua formazione ha molto contato Viktor Frankl, autore di “Uno psicologo nei lager”: «Lo considero il mio maestro. Una volta andai a incontrarlo, venne per un ciclo di conferenze in California. Appena ebbe finito di parlare, ci sedemmo a un tavolo. E lui fece una cosa tipica della cultura germanica in cui era cresciuto: mi chiese che cosa aveva funzionato e non nel suo discorso. Lui a me, capito? E pensare che per me era come stare seduta con il Papa. Era un personaggio così». Il suo ultimo libro, lo dicevamo, è stato scritto per le nuove generazioni: «A salvarmi nel lager è stato il caso, certo, ma anche il fatto che avevo Magda. Eravamo due ragazzine. Ai giovani di oggi, che sono gli ambasciatori della pace di domani, dobbiamo insegnare solo questo, un messaggio semplice: sopravviviamo soltanto insieme, non c’è nessun’altra strada».





