È morto Jesse Jackson, icona dei diritti civili negli Stati Uniti. A dare la notizia i figli: «Nostro padre era un leader al servizio della comunità, non solo della nostra famiglia, ma anche degli oppressi, dei senza voce e degli emarginati in tutto il mondo».
I suoi tentativi di conquistare la Casa Bianca nel 1984 e nel 1988, negli anni dominati da Ronald Reagan, non andarono a buon fine. Alle primarie democratiche si classificò prima terzo, poi secondo. Eppure, anche nella sconfitta, Jesse Jackson lasciò un segno profondo nel Partito Democratico: grazie alla sua mobilitazione, oltre due milioni di afroamericani si iscrissero alle liste elettorali. Un patrimonio elettorale che pochi anni dopo avrebbe favorito Bill Clinton, ironicamente definito “il primo presidente nero d’America”.
La sua carriera politica e civile si estende per oltre sei decenni. Jackson è stato protagonista della stagione dei diritti civili accanto a Martin Luther King Jr., fin dalla marcia di Selma del 1965, uno spartiacque che contribuì all’approvazione delle leggi sui diritti di voto volute dal presidente Lyndon B. Johnson. L’anno successivo, King gli affidò una missione delicata: promuovere il riscatto sociale ed economico degli afroamericani a Chicago, fondando Operation Breadbasket.
L’attivismo e la Rainbow Coalition
La difesa delle minoranze e l’emancipazione degli afroamericani restarono il tratto distintivo della sua vita pubblica. Dal 1971 al 1986 guidò Operation PUSH (People United to Save Humanity), organizzazione dedicata alla giustizia sociale. Successivamente fondò la Rainbow Coalition, rete nazionale per l’uguaglianza e i diritti civili. Motore instancabile di iniziative culturali ed economiche, Jackson non fu però immune da controversie. Nel 2013 suo figlio Jesse Jackson Jr. venne condannato a 30 mesi di carcere per uso improprio di fondi elettorali. Anche la vita privata conobbe momenti difficili: sposato dal 1962 con Jacqueline Lavinia, madre dei suoi cinque figli, nel 1999 il reverendo riconobbe la paternità di una bambina nata da una relazione extraconiugale.
Il negoziatore internazionale
Accanto all’attivismo domestico, Jackson costruì una lunga carriera come mediatore in crisi internazionali. Nel 1983 l’amministrazione Reagan si affidò al suo prestigio per ottenere la liberazione di un pilota americano detenuto in Siria. L’anno successivo riuscì a convincere Fidel Castro a rilasciare 48 prigionieri politici. Negli anni Novanta, con Clinton alla Casa Bianca, Jackson ricevette nuovi incarichi diplomatici: dall’invio in Kenya alla missione del 1999 con Slobodan Milosevic, che portò alla liberazione di tre soldati americani catturati durante la guerra nei Balcani. Già nel 1991 aveva mediato per la liberazione di detenuti americani in Iraq dopo la prima guerra del Golfo. Nel 2000 Clinton gli conferì la Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza civile degli Stati Uniti.
Lo scontro con Obama e il declino
Uno dei momenti più controversi arrivò nell’estate 2008. Intervistato da Fox News, Jackson, convinto che il microfono fosse spento, attaccò duramente Barack Obama, appena nominato candidato democratico. Le sue parole fecero il giro del Paese. Durante la presidenza Obama, Jackson rimase in secondo piano, pur continuando a svolgere missioni umanitarie. Nel 2017 gli è stato diagnosticato il morbo di Parkinson. Nonostante le difficoltà, ha continuato a intervenire nel dibattito pubblico: alle primarie democratiche del 2020 ha sostenuto Bernie Sanders invece di Joe Biden.
Figura carismatica e controversa, Jesse Jackson resta uno dei protagonisti della lunga marcia per i diritti civili in America.





