Piero Gobetti è stato molto più di un giovane intellettuale morto troppo presto. È stato un editore coraggioso, un polemista lucido, una delle menti più precoci e radicali dell’antifascismo italiano. E tutto questo in appena ventiquattro anni di vita.
Nato a Torino il 19 giugno 1901, Gobetti mostra fin da giovanissimo un’energia intellettuale fuori dal comune. È ancora al liceo quando, nel 1918, fonda la rivista “Energie Nove”: ha diciassette anni e già un’idea precisa di cosa significhi partecipare al dibattito pubblico. Appena diciottenne riceve persino la proposta di dirigere l’Unità su invito di Gaetano Salvemini. Un’offerta che molti avrebbero accettato senza esitazione. Lui no. Preferisce continuare il suo percorso autonomo. Iscritto a Giurisprudenza, entra in contatto con l’ambiente dell’Ordine Nuovo e collabora con il settimanale diretto da Antonio Gramsci, che ne apprezza la brillantezza. Ma Gobetti non si lascia incasellare: dialoga con i socialisti, con i liberali, con i democratici, mantenendo sempre una posizione indipendente.
“Rivoluzione Liberale” e la sfida al fascismo
Nel febbraio 1922 pubblica il primo numero della rivista “Rivoluzione Liberale”. È un atto politico. In quelle pagine Gobetti sviluppa la sua idea di liberalismo come movimento etico, come esercizio di responsabilità e di conflitto civile. Nel 1924 esce il suo testo più noto, La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia. Qui definisce il fascismo non come un incidente della storia, ma come il prodotto delle debolezze strutturali del Paese: conformismo, opportunismo, assenza di spirito critico. Una diagnosi severa, che non risparmia nessuno. Parallelamente avvia una casa editrice. In poco più di due anni pubblica oltre cento titoli, dando spazio a firme come Luigi Einaudi, Francesco Saverio Nitti, Giovanni Amendola, Francesco Ruffini e Eugenio Montale, di cui nel 1925 pubblica Ossi di seppia. Non è solo editoria: è costruzione di una rete culturale alternativa al regime.
Le aggressioni e l’esilio
La sua opposizione non resta senza conseguenze. Piero Gobetti subisce aggressioni da parte di squadre fasciste. Nel gennaio 1925 la sua rivista viene sequestrata e poi soppressa. Le intimidazioni si moltiplicano. Nel febbraio 1926 sceglie l’esilio e parte per Parigi. Lascia a Torino la moglie Ada Prospero Gobetti, figura centrale dell’antifascismo e della futura Resistenza, e il figlio Paolo. Ma la salute è ormai compromessa, anche a causa delle violenze subite. Muore nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926, a soli ventiquattro anni, per le complicazioni di una bronchite. Accanto a lui, nelle ultime ore, amici e compagni di battaglia.
Un’eredità che supera il tempo
Dopo la morte vengono pubblicati i volumi Risorgimento senza eroi e Paradosso dello spirito russo, che consolidano la sua figura di intellettuale scomodo. Gobetti non è stato un politico nel senso tradizionale del termine. È stato qualcosa di più pericoloso per il regime: un educatore alla libertà. Credeva che la democrazia non fosse un dono ma una conquista quotidiana, fatta di studio e responsabilità.
A cent’anni dalla sua scomparsa, il suo nome continua a essere pronunciato perché rappresenta un’idea esigente di cittadinanza. Non un liberalismo tiepido, ma una tensione morale permanente. Morì giovanissimo. Ma lasciò un pensiero adulto, capace ancora oggi di interrogare il Paese.





