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Stretto di Hormuz, non solo petrolio: la guerra in Iran minaccia anche l’alluminio

Quando si parla dello Stretto di Hormuz, l’attenzione si concentra quasi sempre su petrolio e gas. Ma la guerra tra Iran e Stati Uniti (e il rischio di una chiusura della rotta marittima) potrebbe provocare anche un altro scossone per l’economia globale: una crisi dell’alluminio. Un problema meno visibile ma potenzialmente devastante per l’industria, soprattutto europea.

Da questo passaggio strategico, controllato di fatto dall’Iran e sorvegliato dai Pasdaran, transita infatti oltre il 20% dell’alluminio destinato al mercato statunitense. La sola prospettiva di un blocco delle forniture ha già scosso i mercati: i prezzi del metallo sono saliti del 3,8%, raggiungendo 3.315 dollari a tonnellata, dopo che QatarEnergy ha sospeso parte della produzione di GNL, fondamentale per alimentare le fonderie che producono alluminio.

Il rischio di uno shock industriale

Se il flusso dovesse interrompersi davvero, lo scenario ricorda quello della crisi dei semiconduttori che negli ultimi anni ha paralizzato diversi settori industriali. L’alluminio è una materia prima cruciale per moltissime filiere: dall’edilizia all’elettronica, fino all’automotive. Nel caso delle automobili, per esempio, il metallo rappresenta circa il 15% della composizione di un veicolo. Un eventuale shortage rischierebbe quindi di colpire duramente un comparto che già attraversa una fase complicata tra transizione elettrica, rallentamento della domanda e costi energetici elevati.

Il peso della regione del Golfo nella produzione globale rende il problema ancora più serio. Secondo ING Research, l’area oggi coinvolta nelle tensioni produce circa l’8% dell’alluminio mondiale, pari a circa 6 milioni di tonnellate all’anno. Di questa quantità, il 90% viene esportato proprio attraverso lo Stretto di Hormuz.

Un mercato già sotto pressione

Il sistema globale dell’alluminio era fragile già prima della crisi iraniana. Negli ultimi anni il mercato ha subito diversi shock: il taglio della produzione cinese, le sanzioni occidentali contro la Russia, e la chiusura di numerose fonderie in varie parti del mondo a causa dei costi dell’energia. Il risultato è un quadro di crescente tensione: scorte in calo e prezzi in aumento. In questo contesto, la possibilità di un blocco nello Stretto di Hormuz rischia di trasformarsi nella scintilla capace di far esplodere definitivamente il sistema.

L’allarme dell’industria europea

La Federation of Aluminium Consumers in Europe (FACE) aveva già lanciato un avvertimento nei mesi scorsi. «Fin dal primo attacco in Iran nel luglio 2025 abbiamo segnalato i rischi geopolitici legati all’approvvigionamento di alluminio», spiega la federazione. Oggi quella preoccupazione si sta concretizzando. Secondo FACE, la sovranità industriale europea è minacciata da una dipendenza sempre più forte dalle importazioni. Oltre l’87% dell’alluminio primario utilizzato in Europa proviene dall’estero. Il dato più emblematico riguarda proprio il Golfo Persico: nel 2025 l’Unione Europea ha importato circa 900.000 tonnellate di alluminio dalla regione, una quantità equivalente all’intera produzione interna di alluminio primario dell’UE.

La dipendenza europea dalle rotte del Golfo

Questo significa, secondo l’associazione, che l’Europa ha di fatto delegato una parte cruciale della propria sicurezza industriale a rotte marittime instabili e a regioni geopoliticamente sensibili. Con un fabbisogno complessivo di circa 7 milioni di tonnellate l’anno, il continente resta esposto a ogni shock logistico o geopolitico: dal rialzo dei costi assicurativi per le navi fino alla volatilità dei prezzi dell’energia. Le tensioni militari nel Golfo, spiegano gli operatori del settore, non sono soltanto un problema di trasporti. «Quando le assicurazioni contro i rischi di guerra iniziano a ritirarsi, avverte FACE, l’approvvigionamento non è più solo una questione di prezzo, ma diventa un problema di disponibilità fisica della materia prima».

Una materia prima strategica

Per questo l’industria europea chiede interventi urgenti: mantenere aperte tutte le possibili fonti di approvvigionamento, eliminare restrizioni e dazi che limitano il mercato interno e impedire l’esportazione massiccia di rottami di alluminio verso Paesi terzi. L’obiettivo è trattare il metallo leggero come una vera priorità strategica, al pari delle materie prime critiche necessarie per la transizione energetica. Perché se lo Stretto di Hormuz dovesse davvero chiudersi, l’Europa non rischierebbe solo una crisi energetica legata a petrolio e gas. Potrebbe trovarsi di fronte anche a uno shock industriale che colpisce il cuore della sua manifattura.