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Perché WhatsApp è stata bloccata in Russia: cosa c’è dietro la stretta del Cremlino

La Russia ha bloccato WhatsApp. Mercoledì 11 febbraio 2026, Roskomnadzor, l’agenzia federale russa per le telecomunicazioni, ha rimosso l’app dal registro ufficiale dei servizi internet accessibili nel Paese, interrompendone l’accesso diretto per milioni di utenti.

Non si tratta di un semplice contenzioso tra una piattaforma privata e un governo. Né di una misura tecnica isolata. Il blocco rientra in una strategia politica più ampia: costruire un ecosistema digitale progressivamente integrato nel perimetro statale, riducendo la dipendenza da servizi occidentali e aumentando il controllo sulle comunicazioni. Meta, società madre di WhatsApp, ha reagito con parole dure: secondo l’azienda, il governo russo avrebbe tentato di isolare oltre 100 milioni di persone da comunicazioni private e sicure, indirizzandole verso un’applicazione di proprietà statale. Un passo che, a giudizio del gruppo americano, riduce la sicurezza degli utenti invece di rafforzarla.

Max, l’alternativa “nazionale”

Al centro della vicenda c’è Max, applicazione sviluppata dal gruppo tecnologico VK (VKontakte) e promossa come alternativa russa ai servizi di messaggistica occidentali. Dal 2025 una normativa impone che Max sia preinstallata su tutti i nuovi smartphone venduti in Russia, accelerandone la diffusione. Max è stata presentata come una piattaforma “tutto in uno”: non solo messaggistica, ma anche pagamenti digitali, accesso ai servizi pubblici, identità elettronica. Un modello che richiama quello delle super-app asiatiche, in particolare la cinese WeChat, dove comunicazione e funzioni amministrative convivono nello stesso ambiente digitale.

Per il Cremlino, l’operazione è coerente con la strategia dell’“internet sovrano”, formalizzata già nel 2019. Quella legge consente allo Stato di reindirizzare il traffico web attraverso infrastrutture nazionali e, in caso di necessità, isolare il Runet — la rete russa — dal resto del mondo. L’obiettivo ufficiale è la sicurezza nazionale e la riduzione della dipendenza tecnologica dall’Occidente.

Controllo o protezione?

Le autorità russe respingono le accuse di sorveglianza centralizzata, sostenendo che Max serva a semplificare l’accesso ai servizi statali e a contrastare frodi e attività criminali online. Tuttavia, osservatori e attivisti per i diritti digitali vedono nel progetto un ulteriore tassello di un sistema di monitoraggio più esteso. La domanda che circola, dentro e fuori la Russia, è semplice: se l’obiettivo è offrire un’alternativa efficiente, perché bloccare la concorrenza?

Il contesto aiuta a leggere la decisione. Dal 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, il Cremlino ha intensificato il controllo sulle piattaforme straniere. Alcune sono state etichettate come “estremiste”, altre limitate per ragioni di sicurezza nazionale. Facebook e Instagram risultano già soggette a restrizioni, mentre l’accesso a YouTube è intermittente e spesso mediato da VPN.

Una nuova cortina digitale

Negli ultimi mesi Roskomnadzor aveva già imposto limitazioni alle chiamate vocali su WhatsApp e Telegram. Il blocco completo dell’app appare quindi come un passo ulteriore in una traiettoria coerente. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che WhatsApp potrebbe tornare pienamente accessibile solo se Meta accetterà di conformarsi alle leggi russe e avvierà un dialogo con le autorità. In assenza di questa disponibilità, non si intravedono margini per una revoca.

Il caso segna un passaggio significativo nell’evoluzione dello spazio digitale russo. Da anni Mosca lavora alla costruzione di un’infrastruttura tecnologica autonoma; il blocco di una delle piattaforme di messaggistica più utilizzate al mondo accelera questa trasformazione.

Il nodo della libertà digitale

La vicenda solleva interrogativi che vanno oltre i confini russi. Qual è il confine tra regolazione legittima e controllo politico delle comunicazioni? Come si bilanciano sicurezza nazionale e tutela della privacy? E quale ruolo possono ancora giocare le grandi piattaforme globali quando le normative locali privilegiano l’interesse statale rispetto alla libertà di accesso? La decisione di Mosca non è soltanto una questione tecnologica. È un segnale politico: la rete, da spazio globale per definizione, viene ricondotta entro confini nazionali sempre più rigidi. Una nuova cortina, questa volta digitale, che separa infrastrutture, servizi e flussi informativi.

Per milioni di utenti russi, la conseguenza è immediata: un’app in meno, un’alternativa obbligata in più. Per il resto del mondo, il blocco di WhatsApp rappresenta un altro capitolo della trasformazione di internet da spazio condiviso a mosaico di reti sempre più frammentate.